Arriviamo al parcheggio della fiera di Roma, la giornata è molto calda. È il 24 Aprile, giorno di mobilitazione nazionale contro i CPR, in rete con molte altre realtà in Italia tra cui NO CPR, Rete Antirazzista Catanese e diversi gruppi di Brindisi.
Individuiamo a distanza le camionette della polizia che aspettano i “manifestanti”, nell’area autorizzata.
Srotoliamo lo striscione cominciamo a sistemare le magliette che vogliamo consegnare all’interno su cui abbiamo scritto alcune parole chiave del motivo per cui ci troviamo qui oggi, ancora una volta: chiudere i CPR.
Chiudere i lager di Stato e mettere fine alle deportazioni.
Come campagna LasciateCIEntrare da molti anni ci battiamo per la loro chiusura: oggi questo caldo mi ricorda le ultime di parole di De Andrè nella Domenica delle Salme: “e da Trento ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta ( grilli)…”
Il 23 Aprile sono state lasciate affondare 130 persone, nonostante le richieste di aiuto che andavano avanti da due giorni.
Silenzio.
A goccia a goccia arrivano gli altri solidali e quando finalmente siamo circa una decina, è mezzogiorno. Siamo pronti a portare lo striscione insieme alle magliette al CPR di Ponte Galeria, che si trova a 500 metri dal parcheggio. Nel frattempo arriva il Senatore Gregorio De Falco, che senza nemmeno pensarci un attimo ha accolto con determinazione la richiesta di partecipare al presidio tanto da decidere di entrare a vedere cosa succede all’interno con un rappresentante dei solidali.
Mentre si fanno le chiamate necessarie all’accesso, il presidio racconta, attraverso delle sagome di cartone, le storie di cinque persone rinchiuse nei CPR d’Italia.
Vittime dei CPR, persone dietro i numeri.
Uno.
Jennifer, donna vittima di tratta che vide l’inferno libico e poi quello in Italia, quando, nonostante avesse dichiarato di essere vittima di tratta all’arrivo a Lampedusa, venne tradotta al CPR di Ponte Galeria. Era l’Agosto 2015, circa 40 donne vennero deportate in Nigeria con un volo Frontex, mentre attivisti ed avvocati tentavano di fermarlo inviando fax alle autorità. Non ci riuscirono del tutto. Jennifer fu una delle donne che venne liberata ed è ora in protezione
Due.
Mustapha Anaki, cittadino marocchino di 46 anni che morì di infarto al CPR di Crotone nel 2013. Non ricevette assistenza. La sua morte ingiusta e terribile, scatenò la rivolta di tutti i compagni reclusi. Vennero denunciati per devastazione.
Il Giudice nel 2014, in una sentenza storica, li dichiarò innocenti: si era trattato di legittima difesa contro i maltrattamenti e le condizioni indegne di reclusione.
Tre.
Vakhtang Enukedzie, cittadino georgiano morto a Gradisca di Isonzo dopo un violentissimo pestaggio di Polizia il 18 Gennaio 2020.
Quattro.
Harry, cittadino nigeriano che morì suicida nel CPR di Brindisi tra l’1 e il 2 giugno del 2019.
Harry aveva un problema psichiatrico, ma nessuno ne tenne conto. Nessuno lesse le evidenti dichiarazioni dei medici che aveva incontrato in precedenza “non può stare in luogo chiuso e con troppa gente”. Inutile l’invio da parte di LasciateCIEntrare e la Langer per smuovere le acque.
Cinque.
Hassan, minore straniero non accompagnato tunisino trattenuto nel CPR di Palazzo San Gervasio per un mese, poiché positivo al covid e senza comunicazione con la famiglia.
Sono solo alcune testimonianze di quello che accade “naturalmente nei CPR” e su cosa significhi opporsi alle deportazioni.
Ferdi, attivista tedesco presente al presidio, porta una testimonianza delle deportazioni dalla Germania all’Afganistan e delle politiche europee che sottraggono diritti ogni giorno di più. Yasmine, Camilla e Raffaella gridano ad alta voce: Hurriya.
Bruno riporta tutte le mancanze del sistema che costringe all’irregolarità centinaia di persone.
L’accesso al CPR con il senatore De Falco non fa che confermare quel che sappiamo e denunciamo da sempre: I CPR vanno chiusi subito.
Entrare nei CPR non sempre è stato possibile.
Entriamo scortati dalla polizia: oggi non ci sta nessun responsabile dell’ente gestore e così per tutto il fine settimana. Rabbrividiamo pensando al fatto che di lunedì normalmente ci sono i rimpatri, che ovviamente a parte la polizia non ci saranno altri testimoni. Le violenze in fase di trasferimento sono state denunciate e documentate negli anni a più riprese, ma nulla è cambiato, anzi, le segnalazioni che arrivano a LasciateCIEntrare sono numerose e spesso difficili da documentare. Va detto che sul tema anche il Garante dei diritti dei detenuti ha preso posizione con l’ultimo rapporto.
Il CPR di Ponte Galeria è l’unico in Italia ad avere avuto una sezione femminile, che, per fortuna, è chiusa da diversi mesi.
Incontriamo l’infermiera di turno che lavora al CPR da meno di un anno. Non ha un contratto ma ha partita iva e si alterna con altri sei infermieri in turni di 12 ore. Qui ha visto di tutto: anche diversi TSO. Uno in particolare, per una persona che per protesta si era cucita la bocca, le torna alla memoria con dolore: per costringerla a nutrirsi si è ben pensato di operare un trattamento sanitario obbligatorio. Evidentemente chi protesta in un CPR è considerato di default persona con disagio psichico. Alla richiesta se vi fossero documenti relativi alle comunicazioni alle autorità responsabili del TSO (nella fattispecie il Sindaco), siamo stati rimandati al medico…che non c’era. La documentazione in ogni caso non ci è stata mostrata.
Al momento ci sono alcune persone con problemi psichiatrici evidenti, come M., che necessitano di visite specialistiche. La reclusione nel CPR è normalmente possibile a seguito di certificazione medica di ASL o di un ospedale che attesti l’idoneità al trattenimento. M. arriva a Ponte Galeria da una nave quarantena: il medico della Croce Rossa della nave ha scritto che non vi erano motivi ostativi al trattenimento. Eppure, già sulla nave gli veniva somministrato un farmaco sedativo molto forte. Ci lascia sgomenti, ma non stupisce, che sia stato considerato idoneo al trattenimento.
CPR, un carcere senza legge
Nel CPR si trovano dunque solo uomini: 40. E’ un caso, ma è esattamente il numero di magliette che abbiamo preparato per loro.
La parte maschile di Ponte Galeria fa sempre un po’ impressione, le reti divisorie tra i blocchi sono altissime, rimesse su due anni fa, per ridurre i tentativi di fuga.
Nei moduli non ci è permesso di entrare, parliamo quindi attraverso la rete: noi e loro. Ci sono cittadini tunisini richiedenti asilo da poco sbarcati in Italia che sono storditi dalla velocità con cui dalla salvezza e dalla gioia di essere finalmente arrivati sono passati alla disperazione per una probabile futura e rapida deportazione in Tunisia. Hanno provato a chiedere protezione internazionale fin dal loro arrivo a Lampedusa, ma gli è sempre stato detto “Una volta che sarete a terra!”. Una terra che evidentemente per loro non è mai arrivata.
S. parla continuamente con noi, dice di essere sposato con una donna italiana , ma si trova lì perché è stato in carcere “ma io la mia pena l’ho scontata già! Basta”.
T. è cittadino egiziano, in Italia da 13 anni. È arrivato come minore ed aveva regolare permesso di soggiorno per minore età, poi è riuscito a trovare lavoro ma dopo qualche anno tutto è finito. Non sa perché non gli abbiano voluto rinnovare il permesso per lavoro. Intanto è rimasto irregolare e non è più riuscito a trovare lavori: piccole cose qua e là. “Certo poi ho fatto degli errori. Ma come potevo sopravvivere? Certo sono andato in carcere, ma ho già scontato la mia pena, perché sto qui? Perché vogliono riportarmi in Egitto? Dove non ho più nessuno. Io sono italiano ora!”
Nell’ultimo modulo vediamo un ragazzo altissimo che porta due stampelle! D. è tunisino da poco in Italia e ci mostra una carta che attesta il suo handicap. Nel CPR le persone con disabilità non possono starci, tantomeno con le stampelle!
Tra i trattenuti vi è un cittadino egiziano risultato positivo al COVID che si trova in isolamento fiduciario ed è richiuso nella sua cella: alla domanda se avesse adeguata assistenza o aiuto per sentire la famiglia ci ha risposto se potevamo aiutarlo noi, così come per portare avanti la domanda di protezione internazionale. Il dialogo è intercorso in arabo urlando poiché la distanza non permetteva altra comunicazione. La situazione epidemiologica e le normative vigenti permettono effettivamente che chi è positivo debba restare lì dove si trova, anche se in trattenimento e in luogo non propriamente idoneo all’assistenza sanitaria. Potremmo dire che sarebbe potuto essere spostato verso Covid hotel con ambulanza, ma “ gli italiani” direbbero prima noi o perché loro sì e noi no. S. è recluso non per reato, ma per una legge iniqua che stabilisce che anche i richiedenti asilo possono permanere nei CPR. Recluso in isolamento fiduciario nel paese in cui voleva solo provare a chiedere protezione internazionale. Siamo fantastici.
Mentre ce ne andiamo vediamo un giovane ragazzo che si stende a prendere il sole, proviamo ad avvicinarci per parlargli, ma non ne ha voglia.
“Lui dal Brasile. Sai…” ci dice S., potrebbe essere un vulnerabile, ma non abbiamo modo di appurare nulla. Mentre la visita sta per finire veniamo raggiunti dalle voci di altri reclusi “vi prego aiutateci domani ci deportano e non ci abbiamo capito niente. Perché? Perché.” Un altro ci mostra il dentifricio che gli viene fornito ogni 3 o 4 giorni: un tubetto della dimensione di metà dito mignolo di circa 3 grammi. Ci raccontano che i 5 euro che dovrebbero ricevere ogni due giorni, arrivano o come scheda telefonica per chiamare dalle cabine pubbliche allocate dentro i moduli o come pacchetto di sigarette. Possono essere usati anche per i distributori di snack, tè e caffè però “a volte però la macchinetta si inceppa”. Quella macchinetta che si inceppa è proprio la giusta rappresentazione del sistema di accoglienza in Italia.
“Nemmeno i saponi ci danno. Qui non riusciamo a lavarci mai. È tutto sporco. I materassi di gommapiuma, le coperte di carta. È invivibile qui. Lo sapete. È meglio il carcere!”
All’uscita il senatore Gregorio De Falco esclama: “non immaginavo ci fossero posti del genere. Ero stato a Lampedusa, un disastro, una vergogna infinita. Ma questo posto, questo posto è un carcere senza legge. Dobbiamo tornare e denunciare”.
Anita, la mia cagnolina, aspetta paziente fuori la porta del CPR.
Il lunedì è giorno di rimpatri.
Il 25 Aprile è appena passato, ma i reclusi del CPR di Ponte Galeria, Palazzo San Gervasio, Bari, Brindisi, Torino, Milano, Macomer e Gradisca non saranno liberi perché vengono dimenticati ogni giorno.
Muoiono ogni giorno come chi viene abbandonato in mare mentre chiede aiuto.
Noi non dimentichiamo.
Che sia 25 Aprile di lotta ogni giorno.

Yasmine Accardo, Pensare Migrante, Campagna LasciateCIEntrare