di Francesca Mazzuzi – Ancora proteste nel Cpa di Monastir. Ancora una volta sono i sindacati di polizia a fare trapelare quanto vi accade, mentre Prefettura e Ors Italia (l’ente gestore), continuano a non dare spiegazioni sulle condizioni di vita all’interno del centro. Ma soprattutto, ancora una volta non è stato dato il minimo spazio alla voce delle circa duecento persone trattenute nella struttura.

Nel Cpa (Centro di prima accoglienza) di Monastir (oppure hotspot, dato che denominazione e funzioni sono ancora da chiarire), si svolgono, da diversi anni, le procedure di identificazione, fotosegnalamento e screening sanitario delle persone che raggiungono le coste della Sardegna sud-occidentale partendo dall’Algeria, prevalentemente dalla provincia di Annaba.

In questo centro si dovrebbero svolgere procedure di breve durata, il tempo necessario affinché, dopo lo sbarco e superata la fase dei controlli, si possa ricevere un “foglio di via”, provvedimento con il quale si dovrebbe lasciare la Sardegna e l’Italia per rientrare al proprio Paese, ma con cui in realtà si può proseguire il percorso migratorio.

Dal marzo di quest’anno, però, la procedura è più complessa. A causa dell’emergenza sanitaria Covid-19, le persone sbarcate sono sottoposte anche al test diagnostico nasofaringeo e successivamente trattenute per un periodo di quarantena o di isolamento sanitario a seconda dell’esito, se negativo o positivo. 

È da tempo evidente che questa situazione non è stata gestita in maniera adeguata, che le condizioni di promiscuità tra persone negative e positive hanno portato a un aumento dei contagi all’interno della struttura e che il contatto tra persone sbarcate e quindi entrate nel centro in momenti differenti ha causato, più volte, il prolungamento del periodo di quarantena.

Pare che per quindi quindici giorni non siano stati effettuati i tamponi alle persone arrivate in Sardegna con gli sbarchi autonomi. Questo significa che se tra esse ci fossero stati alcuni positivi, questi, per diversi giorni, avrebbero avuto modo di condividere gli spazi con coloro che non avevano contratto il virus. Ma significa anche che senza il test diagnostico nessuno può lasciare il centro.

Questo accade mentre il sistema sanitario sardo annaspa perché non è stato messo in grado di riuscire a fronteggiare l’aumento della diffusione dei contagi, in parte atteso, in parte favorito da scelte politiche discutibili. In questa situazione di confusione, ritardi e omissioni segnalati da più parti, i cittadini, stranieri compresi, si sentono abbandonati, ma il diritto alla salute di questi ultimi, e degli “irregolari” in particolare, rischia con più facilità di non essere tutelato. 

Nel Cpa di Monastir alcune centinaia di persone hanno atteso di fare un tampone in condizione di trattenimento, e durante la convivenza forzata nei locali di un’ex palestra e di un’ex autorimessa può capitare che una discussione si tramuti in rissa e poi in un’accesa protesta.

Non sappiamo cosa sia successo. Sappiamo che alcuni cittadini algerini e tunisini sono finiti in ospedale, altri denunciati per rissa, danneggiamento e resistenza. Abbiamo visto le immagini diffuse dallo stesso sindacato di polizia (Sap) che mostrano le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Sappiamo che poco dopo l’accaduto sono ripresi gli esami diagnostici su tutte le persone presenti nel Centro di Monastir, di cui si attendono ancora gli esiti. Sappiamo anche che l’Ares (Azienda regionale sarda della salute) ha disposto che d’ora in poi saranno effettuati i test antigenici rapidi – meno precisi, ma che garantiscono tempi di risposta celeri -, per chi sbarca autonomamente in Sardegna.

Le frontiere dell’Algeria sono chiuse da marzo, non si entra e non si esce per proteggere il Paese dal virus. 

Secondo un’opinione diffusa i giovani che partono dall’Algeria non avrebbero il diritto di arrivare in Sardegna perché non provengono da un Paese in guerra. Poco importa se non sappiamo niente della situazione algerina: di un sistema politico immobile da decenni, corrotto o oppressivo, dei numerosi arresti che tentano di intimidire un movimento di protesta popolare e pacifico che va avanti dallo scorso anno, che lotta per ridare potere e dignità al popolo algerino o dei giovani che hanno smesso di immaginare un futuro nel loro Paese. 

È importante chiarire, ancora una volta, che il migrante “irregolare” non è un criminale. Chi proviene da Paesi non in guerra ha il diritto di spostarsi anche solo per vedere il mondo e scegliere il luogo in cui cercare nuove opportunità. E se le norme che regolano la possibilità di viaggiare con un regolare visto impediscono di attraversare i confini in maniera “legale” l’unico modo che resta è quello di organizzarsi con amici o conoscenti per tentare di raggiungere con un barchino la sponda “giusta” del Mediterraneo, tentando il tutto per tutto. Tanti giovani perdono la vita nel tratto di mare che separa il Nordafrica dall’Europa, di cui la Sardegna è una frontiera. Tanti sono i dispersi i cui familiari non hanno neanche un corpo su cui piangere.

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