Gli hotspot sono luoghi dalla natura giuridica quantomeno incerta. Da un lato, sono proposti come strutture di prima accoglienza, atte ad assistere ed a fornire ai migranti appena sbarcati un percorso di inclusione in Europa, dall’altro – ed è questa l’aspetto che più viene rimarcato dal Governo italiano – sono delle sorte di galere da cui non ci si può allontanare e dove vengono eseguite tutte le procedure di polizia per identificare le persone, compresa la loro provenienza, e, come spesso accade, avviarle al rimpatrio forzato senza che abbiano neppure avuto la possibilità di  chiedere la protezione internazionale.

Questa duplice natura, li rende luoghi in cui i diritti sono sospesi e quindi teatri di ogni sorta di abuso legale e di degrado igienico.

Ne è un esempio l’hot spot di Lampedusa. Le immagini che ci hanno inviato alcuni migranti parlano da sole. Stanze sovraffollate, impianti idrici scassati, pavimenti invasi dall’acqua sporca, sporcizia e immondizie dappertutto. 

La pandemia è stato il grimaldello per esacerbare questo sistema legalizzato in cui i diritti sono diventati concessioni aleatorie. 

Le quarantene diventano infinite e finalizzate a mantenere i migranti in gabbia ben oltre qualsiasi logica di contenimento del contagio che proprio in tali condizioni di affollamento, si propaga ancora di più. 

 

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