In gran parte delle visite effettuate nei vari centri di accoglienza calabresi, abbiamo conosciuto contesti in cui ciò che dovrebbe essere ordinario diventa straordinario e viceversa, situazioni in cui le persone accolte vivono in una dimensione di indeterminatezza e di servizi scarsi e inesistenti.

Restiamo, per questo, quantomeno sopresi da quello che abbiamo avuto modo di rilevare all’interno di alcuni dei Centri di Accoglienza Straordinaria coordinati dall’Impresa Laura Prezzo, e i cui servizi vengono gestiti dall’associazione Lumarento, nata, così come ci viene specificato dal presidente della stessa associazione, incontrato durante la visita presso il CAS di Tarsia, un paio d’anni fa.

Il 16 Dicembre 2017, infatti, ci siamo recati presso quest’ultimo centro di accoglienza straordinaria, in cui sorgeva fino a pochi anni fa l’azienda agrituristica “Mandria del Dottor Toscano”. La titolare, Prezzo Laura Anna, è attualmente responsabile della struttura di accoglienza.

Il CAS è aperto da marzo 2016 e ospita 19 persone, tutti uomini adulti. Nella struttura vi lavorano 5 persone: 1 operatore sanitario, 1 operatore legale, 2 traduttori, 1 operatore notturno. Al momento del nostro arrivo sono presenti tre operatori, tra cui il presidente dell’associazione, e qualche ospite. Alcuni di loro stanno riposando e altri, come ci raccontano i pochi presenti, stanno lavorando nelle vicine campagne.

Gli operatori ci lasciano entrare senza resistenze e ci presentano una situazione alquanto positiva; durante la visita ci rendiamo conto che quel poco che riusciamo ad ascoltare dagli ospiti è coerente con la descrizione fatta dagli operatori.

Gli ospiti sono tutti iscritti al SSN ad eccezione degli ultimi 5 o 6, arrivati da soli 4 mesi, che possiedono il codice STP. Tutti, a detta degli operatori, hanno fatto richiesta di asilo e possiedono il modello C3 e la maggior parte ha sostenuto l’audizione presso la Commissione Territoriale. Solo 3 persone hanno ricevuto la protezione umanitaria, mentre gli altri ospiti hanno ricevuto esito negativo. A tal proposito gli operatori, per fare ricorso avverso i rigetti della protezione internazionale, hanno provveduto a mettere in contatto gli ospiti del centro con l’avvocato Adriano D’amico che opera all’interno dello sportello “G. Commisso”, presso l’Associazione Culturale Multietnica La Kasbah Onlus a Cosenza.

La struttura, essendo stata in funzione fino a pochi anni fa, appare in ottimo stato, composta da piccole stanze in ognuna delle quali risiedono 3 o 4 ospiti e con una grande stanza comune in cui vengono effettuati 2 volte a settimana i corsi di lingua italiana. E’ dotata di caldaia a GPL e condizionatori in ogni stanza con gestione autonoma. Abbiamo preso visione delle stesse ed effettivamente risultavano calde e pulite. Le lenzuola vengono cambiate ogni 15 giorni mentre l’abbigliamento viene distribuito solo dietro richiesta degli ospiti. Per quanto riguarda il cibo, nonostante la struttura sia provvista di spazi adeguati per cucinare, si è preferito appoggiarsi al servizio di catering.

Gli operatori ci raccontano che per facilitare la tracciabilità dei flussi di denaro, i pocket-money vengono erogati ogni settimana sotto forma di buoni spesa in negozi convenzionati nella sola città di Tarsia. Manifestiamo le nostre perplessità rispetto alla pratica dei buoni spesa che, a nostro avviso, non da agli ospiti sufficiente libertà di scelta su come e dove spendere i propri soldi. D’atra parte, gli operatori ci dicono che è possibile convertire i buoni spesa in moneta ogni qualvolta venga richiesto. Questa informazione viene confermata dai due ospiti con cui siamo riusciti a parlare, i quali non evidenziano alcuna problematica relativa alla gestione del centro. L’aspetto più controverso che i migranti accolti sottolineano, riguarda gli estenuanti tempi di attesa per l’ottenimento dei documenti che rallentano il percorso di integrazione nel territorio. A tal proposito, gli operatori ci raccontano che sono riusciti a far stipulare dei contratti di lavoro stagionale per una decina di ragazzi.

L’elemento meno positivo risulta essere indubbiamente la distanza della struttura dal centro abitato e dai mezzi pubblici. Così come spesso accade, la localizzazione periferica dei centri di accoglienza rallenta, se non annulla, il percorso di integrazione e la libera circolazione degli ospiti, i quali per arrivare nei centri abitati sono costretti a percorrere lunghe strade a piedi o chiedere agli operatori di essere accompagnati.

Al termine della visita, gli operatori ci informano che l’associazione gestisce i servizi anche per altri due Centri di Accoglienza Straordinaria a Spezzano Albanese e a Roggiano Gravina.

Il 13 gennaio 2018 ci rechiamo, allora, presso il CAS di Spezzano Albanese, sicuri di poterlo visitare. Con nostro stupore, però, l’operatore che troviamo, una volta comunicata telefonicamente la nostra richiesta di visitare il centro al presidente dell’associazione, ci vieta l’ingresso. Un atteggiamento decisamente antitetico rispetto a quello tenuto durante la prima visita nel CAS di Tarsia, che insinua in noi alcuni dubbi sulla situazione all’interno della struttura. Rimaniamo, dunque, sull’uscio della porta e chiediamo alcune informazioni all’operatore che ci comunica che nell’appartamento vivono 9 persone di diverse nazionalità: Burkina Faso, Mali, Guinea, Nigeria. Non ci tratteniamo per molto e cerchiamo di parlare con qualche ospite all’esterno della struttura che appare abbastanza vecchia, ma comunque centrale e vicina ai servizi di base del territorio. Uno degli ospiti è ben disposto ad interloquire con noi ma non rileva alcuna problematica specifica rispetto alla gestione del centro. Ci dice di possedere il modello C3 e la tessera sanitaria; ciò che invece lamenta è di non essere stato ancora convocato presso la Commissione Territoriale.

Il 17 febbraio 2018, infine, ci rechiamo a Roggiano Gravina. Al nostro arrivo, non ci sono operatori e all’esterno del Centro, un appartamento all’interno del centro storico della cittadina incontriamo un primo ospite che è bene disposto a parlare con noi. Non visitiamo la struttura poiché alcuni stanno dormendo. Il ragazzo, prontamente raggiunto da altri ospiti, ci racconta che all’interno dell’appartamento vivono 6 persone provenienti dalla Costa d’Avorio, dal Mali e dal Gambia, che tutti sono stati convocati presso la Commissione Territoriale e che solo uno di loro ha ricevuto la protezione umanitaria. Ci raccontano di ricevere puntualmente i pocket money e che regolarmente seguono il corso di lingua italiana. Affermano che uno dei vantaggi di questo appartamento è la posizione strategica che ha all’interno del paese. Questo si trova di fatto proprio nel centro storico, a due passi dalle strade più popolate di Roggiano e ciò garantisce agli ospiti maggiore autonomia e possibilità di incontro con la popolazione autoctona. Anche qui, i ragazzi lamentano le lungaggini burocratiche che li costringono a permanere a lungo all’interno dei circuiti di accoglienza e la mancanza di accesso a corsi di formazione professionalizzanti.

All’interno del perverso sistema di accoglienza italiano, dunque, in cui l’ottenimento dei più elementari diritti umani appare la più sorprendente delle concessioni, i centri visitati rappresentano, tutto sommato, un’esperienza di buona accoglienza, in cui i servizi previsti da direttive, capitolati ministeriali e convenzioni varie, vengono garantiti. Resta, però, l’ambiguo atteggiamento tenuto in occasione della visita al centro di Spezzano Albanese, all’interno del quale non siamo riusciti ad entrare e del quale abbiamo raccolto solo parziali informazioni.

 

Si ringrazia la delegazione costituita da: Luca Mannarino (attivista), Cinzia Pietramala (attivista), Luana Ammendola (attivista), Fabrizio Liuzzi (attivista), Francesco Granata (attivista)