di Yasmine Accardo – Z. era stesa in un giardino di Piazza Nazionale. Da diversi anni in Italia non aveva mai avuto accesso ad un permesso di soggiorno. Sfruttamento e dolore, come nel suo paese di origine: la Tanzania dove era stata data sposa bambina a 12 anni e da lì avviata ad anni di violenza ed abusi inenarrabili.

Oggi , dopo oltre due anni e mezzo è titolare di un permesso di soggiorno come rifugiata, ma Z. non è mai in accoglienza: non in centri prefettizi né tantomeno in uno SPRAR. Per lo SPRAR di varie città  Z. “è un caso troppo difficile” e “non vi è personale idoneo”. Lo stesso risponde il Servizio centrale in generale, che non ha posti per casi di persone così vulnerabili. Vulnerabili si, perché Z. ha diverse patologie invalidanti. Eppure Z. da quando è in Italia si arrangia da sola come può, viene ospitata ogni due tre mesi da qualcuno della comunità di provenienza od altri, fino al prossimo turno. Z. non può lavorare, come prescritto dal medico e continua il suo calvario anche nel Paese che l’ha riconosciuta come rifugiata.

Lo SPRAR non può darle accoglienza perché “troppo vulnerabile” eppure lei da SOLA sopravvive come può in questo paese infame.

Ci chiediamo effettivamente a cosa serva il sistema SPRAR che non accoglie proprio le persone per cui è stato creato. Vi sono SPRAR idonei e che lavorano molto bene, alcuni che hanno provveduto a costruire un’equipe per le vittime di tortura, come a Cosenza, la Kasbah. Ma sono troppo pochi ed i posti sono tutti pieni, così Z, persona tra le più fragili, deve farcela da sola, come centinaia di altri vulnerabili, perché il sistema per loro creato proprio per loro o non ha posti o non è adatto alla loro vulnerabilità! E questo è lo sprar  ed il resto?

Il sistema di accoglienza così come lo monitoriamo e viene “esperito” da chi lo vive non smette di spingerci a denunciare insieme alle centinaia di richiedenti asilo e  rifugiati che continuano a segnalare abusi.

Un  ennesimo esposto l’abbiamo depositato, come LasciateCIEntrare e Rete Antirazzista Catanese ieri, 30 giugno, in Procura ad Agrigento  per denunciare quanto da troppo tempo sta accadendo nel CAS  della provincia. L’avvocato che ci ha aiutato è l’indomita Stella Arena di Napoli, con cui condividiamo da anni le battaglie sulla malaccoglienza.

R. ci aveva contattati nei mesi precedenti per denunciare la mancanza di assistenza medica ed una condizione del centro  deprecabile: rifiuti non rimossi, promiscuità tra famiglie con minori, adulti e donne. Cure insufficienti se non inesistenti persino per i neonati. Una situazione che sfociava continuamente in rivolte, represse dall’arrivo della polizia, chiamata direttamente dagli ospiti. Il centro ospita circa 100 soggetti, di varie nazionalità:  marocchini, algerini, tunisini, bengalesi, Guinea Conakry, ivoriani ed altre nazionalità, con 5 nuclei familiari con bambini che vivono in ambienti non separati dagli altri adulti  con evidenti gravi rischi connessi a questa situazione. 

Le condizioni di mancata assistenza è dovuta anche all’assenza di operatori nel centro che determina una situazione priva di qualsiasi controllo e organizzazione. Diversi uomini adulti fanno abuso di alcool e di notte vanno a molestare o spaventare i nuclei familiari o le donne sole. Quasi ogni notte vi sono rivolte ed accesi scontri tra gli uomini, che richiedono il continuo intervento di agenti di polizia e carabinieri. Tanti i bambini presenti che sono particolarmente spaventati dalle continue proteste interne. Bambini che nonostante il lungo tempo di permanenza nel centro non vengono iscritti a scuola. 

Un bimbo di 4 anni aveva avuto per settimane un problema alla pelle “ macule rosse in tutto il corpo e pruritosenza ricevere alcuna visita medica o cura, motivo per il quale la famiglia ad inizio marzo ha deciso di lasciare il centro. La situazione di disattenzione da parte dei responsabili relativamente ai minori viene provata  anche dall’infestazione di pidocchi  che alcuni bambini presentavano nei mesi passati.

Nel centro sono presenti, diversi nuclei familiari e ragazze madri oltre ad un numero cospicuo di uomini adulti. Nell’ultimo periodo sono arrivate altre donne in gravidanza, una delle quali ha perso il bambino al quarto mese; pare che nonostante le sue numerose richieste sia stata portata in ospedale, quando ormai era troppo tardi.

Nessuna visita specialistica o pediatrica viene stabilita per i bambini appena nati; gli stessi vestiti per i bambini vengono offerti dalla Caritas locale, perché il centro non vi provvede.

Nel caso di un nucleo familiare il padre aveva più volte protestato perché il figlio presentava da tempo i sintomi di un’infezione. Anche in questo caso è stato portato in ospedale molto in ritardo, rimanendovi poi oltre 10 giorni.

Di fronte alla porta del CAS tre donne con i propri piccoli cercano di prendere un po’ di ristoro dall’afa assurda di questi giorni, dentro non vi sono ventilatori e niente. Uno dei bimbi ha una ferita sulla fronte causata da un pezzo di pietra caduto (per fortuna piccolo) da uno dei balconi  dell’edificio. Il padre che intanto è sceso anche lui per ristorarsi ci mostra una foto della stanza dall’esterno, dove i vetri delle finestre sono rotti “ovviamente nessuno li ha mai riparati”. E’ preoccupato perché non ci sono spazi esterni dove i bambini possano giocare e dentro è ancora peggio: “li tengo strettamente sotto controllo e li limito molto a restare nella stanza, anche per evitare che abbiano a che fare con alcuni ospiti del centro di cui non ho fiducia”. 

L’ennesimo centro di accoglienza scatola vuota, il luogo perfetto che continua a volere il nostro sistema, dove ancora una volta muoiono sogni e speranze di chi arriva, costretto ancora e ancora a condizioni miserevoli, sempre in fuga senza mai trovare rifugio. Impedendo che questi bambini, quando cresceranno un giorno, possano costruire la realtà sognata di un mondo giusto per tutti, un mondo felice.

In quest’aria stagnante dell’agrigentino, mentre il piccolo B. con un bastoncino di legno trovato per caso gioca a fare il Re e sfida a duello il cielo impietoso. Io  spero davvero che vinca.