A distanza di qualche giorno dalla fine dell’odissea di Deniz Pinaroglu e dopo la sua scarcerazione dal CPR di Torino è giunto il momento di raccontare quello che è successo, e di fare alcune considerazioni. Lo fa per la campagna LasciateCIEntrare l’avvocato Gianluca Vitale di Torino *.

Deniz è un giovane blogger turco di 35 anni. Scappato dal suo paese e dalle persecuzioni, si ritrova in Grecia, ed anche qui subisce aggressioni, detenzioni, persecuzioni. Quindi scappa ancora. Entra in Italia il 3 agosto, nascosto nel cassone di un camion; fermato a Piacenza, riceve una espulsione e viene portato al CPR di Torino. Dopo quasi un mese riesce a fare domanda di protezione internazionale; il 3 settembre inizia uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione e contro le condizioni in cui sono costretti a vivere i reclusi del CPR. Il 26 settembre, dopo 23 giorni di sciopero della fame, viene infine liberato: la Commissione Territoriale di Torino gli ha riconosciuto lo status di rifugiato.

La sua vicenda dimostra ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, l’assurdità di un sistema concentrazionario che senza alcuna attenzione alle vite delle persone le getta in un girone nel quale la loro dignità è destinata ad essere calpestata quotidianamente.

Sin da quando era stato fermato, il 3 agosto a Piacenza, era evidente che si trattava di un giovane uomo fuggito dalla Turchia per salvarsi dal pericolo di subire persecuzioni. Ma era un “clandestino”, per cui senza dargli alcuna informazione sulla possibilità di chiedere la protezione internazionale, gli era stato notificato un decreto di espulsione ed era stato portato al CPR di Torino.

Sin dalla prima udienza di convalida del trattenimento davanti al Giudice di Pace di Torino aveva detto dei rischi cui era esposto in caso di rimpatrio, ma il Giudice di Pace aveva risposto che non c’erano pericoli di persecuzioni o trattamenti inumani e degradanti, e che comunque avrebbe sempre potuto fare un ricorso contro l’espulsione, ed aveva convalidato il trattenimento.

Sin dal 19 agosto il suo avvocato aveva mandato il ricorso contro l’espulsione al Giudice di Pace di Piacenza, ma questi ha fissato udienza per fine novembre, senza neppure pronunziarsi sulla domanda di sospendere l’espulsione. Evidentemente secondo il Giudice di Piacenza non vi era alcun pericolo di pregiudizio grave e irreparabile anche se fosse stato eseguito il rimpatrio; ciò che conta è che comunque la giustizia andrà avanti e deciderà il suo ricorso, e se nel frattempo il ricorrente sarà stato rimpatriato e si saranno realizzate quelle persecuzioni che lui temeva pazienza.

Sin da metà agosto aveva comunicato alla Questura che voleva fare domanda di protezione internazionale, ma solo a fine agosto, dopo ulteriori 12 giorni di detenzione, gli uffici gli avevano consentito di formalizzare la domanda. Si sa, la burocrazia ha i suoi tempi…

A questo punto la sua detenzione doveva essere nuovamente convalidata, questa volta da un Giudice di Tribunale, e non più da un Giudice di Pace. Ma sebbene nella nuova udienza di convalida avesse prodotto i documenti del suo processo in Turchia, il Giudice aveva detto che la sua domanda era strumentale perché presentata solo dopo essere entrato nel CPR, ed aveva dunque detto che poteva stare lì altri 60 giorni in attesa che fosse decisa la sua domanda di protezione. Tanto, nella procedura di asilo, avrebbe avuto ogni garanzia; e intanto pazienza, poteva continuare ad essere detenuto (perché, nonostante la terminologia ufficiale parli di “trattenimento” e di “ospite”, quella nel CPR è una detenzione, amministrativa, non disciplinata, in luoghi che molti ritengono peggiori delle carceri).

Sin dal 3 settembre, allora, Deniz aveva iniziato lo sciopero della fame, per protestare contro quella detenzione che riteneva ingiusta e contro le condizioni nelle quali erano costretti a vivere lui e gli altri trattenuti. Ma si sa, questi stranieri clandestini fanno di tutto per farsi liberare, come tagliarsi le braccia, ingoiare le lamette o le pile, bruciare i materassi, o fare come Deniz lo sciopero della fame… ormai ci siamo abituati; basta non dargli troppa retta.

Poi, dopo altri dieci giorni, aveva scoperto che la sua domanda non era neppure stata trasmessa alla Commissione Territoriale, ovvero a chi avrebbe dovuto decidere della domanda. Solo diversi giorni dopo la convalida e l’inizio dello sciopero della fame, infatti, la questura aveva trovato il tempo di prendergli nuovamente le impronte per dare inizio alla procedura, ed aveva scoperto che Deniz era prima stato in Grecia; in quel momento, senza che fosse quindi iniziata la procedura di esame della domanda di protezione (dopo una decina di giorni dalla presentazione della domanda, giorni tutti passati in condizione di privazione della libertà personale nel CPR) avevano avviato la così detta procedura Dublino, per decidere se la sua domanda dovesse essere esaminata in Grecia o in Italia.

Questo benché sin da metà agosto avesse manifestato la volontà di chiedere asilo; benché sin dalla fine di agosto avesse finalmente potuto formalizzare la sua domanda; benché la legge dica che se presenti la domanda da un CPR e resti detenuto la domanda deve essere immediatamente trasmessa alla Commissione Territoriale, che deve decidere entro nove giorni, e che al massimo questi termini possono essere raddoppiati; benché il trattenimento finalizzato all’esame “Dublino” sia incompatibile con i tempi imposti dalla legge italiana, e quindi una volta che il richiedente è detenuto in un CPR l’unica scelta legittima è proseguire con l’esame della sua domanda riconoscendo comunque che quella domanda deve essere decisa in Italia.

E intanto Deniz continuava lo sciopero della fame per protestare contro quella detenzione che considerava ingiusta e contro le condizioni di detenzione.

E intanto Deniz continuava a parlare con le persone dentro il CPR, compreso il medico, solo grazie al traduttore del cellulare, visto che nessuno dentro il CPR (personale del così detto ente gestore, mediatori, sanitari, personale di polizia) parla il turco. E parlava con qualcuno all’esterno e descriveva quello che succedeva all’interno, l’impossibilità di avere una penna, i pasti con bruchi che allegramente passeggiavano nel piatto, i cessi senza porta, il medico che ti dice (parlando a google translate) che stai benissimo anche se da giorni non ti nutri, che non c’è bisogno di farti fare dei controlli in ospedale, tanto c’è l’infermeria del centro… .

E di lui, grazie anche alla sua protesta, iniziavano a parlare i garanti dei detenuti, parlamentari, consiglieri, giornalisti. E chiedevano di portarlo in ospedale per farlo visitare, e dopo che la visita veniva negata infine riuscivano a farlo portare in ospedale (per raggiungere l’ospedale dal centro ci vogliono, sempre utilizzando google, questa volta maps, 4 minuti; ma si sa, nonostante siano solo ospiti all’ospedale ci possono andare solo con la scorta, e il più delle volte simulano, quindi basta una visita non strumentale, è inutile perdere soldi e tempo con loro).

E finalmente la Commissione Territoriale riusciva a farsi mandare dalla Questura la sua domanda di asilo, e quindi poteva convocarlo; perché evidentemente il fatto che si iniziasse a parlare di lui, della sua lotta e delle sue condizioni, le sollecitazioni che giungevano in merito a quello “scomodo” clandestino richiedente asilo, difficile da ricondurre nel paradigma del clandestino “brutto sporco e cattivo”, e che in fondo “ci assomiglia” (giovane intellettuale, con la pelle bianca, blogger, che faceva prima di fuggire il dj, non un magrebino possibilmente islamico, o un nero pregiudizialmente o criminale o “poveretto”), imponevano di trovare una soluzione.

Il giorno dopo la convocazione in Commissione, essendo emerso quello che tutti già pensavano (ovvero che Deniz è un perseguitato), aveva la risposta: status di rifugiato. E quindi libero, dopo 54 giorni di detenzione, con pacche sulle spalle e frasi di augurio (in italiano o al più inglese, come negli ultimi due mesi della sua vita) dai poliziotti e dal personale del centro.

E, ultimo atto, quattro giorni dopo la sua uscita dal CPR il Tribunale di Torino fissava una nuova udienza (dopo altri quindici giorni) per discutere sulla richiesta (depositata una settimana prima dall’avvocato di Deniz) di dichiarare illegittimo il trattenimento e quindi di rilasciarlo. Quindici giorni che, per quello che poteva sapere il Giudice, Deniz avrebbe trascorso al CPR. Tanto in fondo è comunque una persona che è entrata in Italia nel cassone di un camion, clandestino, e dopo ha chiesto asilo… Insomma, che abbia pazienza: la giustizia, così come prima le procedure amministrative, hanno i loro tempi!

I poliziotti della pattuglia che hanno fermato Deniz, quelli della Questura di Piacenza, il Prefetto che ha firmato l’espulsione, quelli che lo hanno “accolto” al CPR di Torino, il Giudice di Pace di Torino, il Giudice di Pace di Piacenza, il Giudice del Tribunale di Torino, il medico del Centro, chiunque abbia avuto un ruolo nella sua detenzione: nessuno di loro, forse, ha compiuto una grossa violazione della legge; nessuno di loro ha, forse, commesso un crimine; nessuno di loro ha agito per “fargli ingiustamente del male”. Tutti, o quasi tutti, hanno ritenuto di fare quello che la legge, o forse il “sentire comune”, gli chiedeva. Anche se, certo, a Piacenza avrebbero dovuto informarlo della possibilità di chiedere asilo, e valutare se fosse necessario trattenerlo in un CPR, ma tanto la domanda poteva farla anche dopo, al Centro; il Giudice di Pace di Torino avrebbe dovuto valutare se ci fosse un pericolo di persecuzione, ma tanto c’era sempre la possibilità di fare un ricorso contro l’espulsione, a Piacenza; il Giudice di Pace di Piacenza avrebbe dovuto sospendere l’espulsione, ma non si sa mai, meglio che resti nel centro e speriamo che non lo mandino via, altrimenti pazienza; la Questura avrebbe dovuto formalizzare la sua domanda non appena Deniz aveva comunicato tale intenzione e mandare subito la domanda alla Commissione; il Giudice del Tribunale avrebbe dovuto valutare se la domanda dovesse realmente ritenersi solo strumentale, e non limitarsi a una convalida notarile; il personale sanitario avrebbe dovuto accertarsi delle condizioni di Deniz; chi gestisce il centro dovrebbe assicurare delle condizioni dignitose di vita ai detenuti, e non permettere che succeda quello che Deniz ha raccontato. Ma, in fondo, parliamo di un clandestino; che saranno mai due mesi di detenzione. Suvvia!

Tutti coloro i quali hanno avuto un ruolo in questa vicenda hanno preferito seguire la via più comoda, hanno deciso di non porre e di non porsi domande, di non chiedersi se quello che stava accadendo e che era chiesto loro di compiere ed avallare fosse giusto. E giusto non in senso etico, morale, perché in quel senso non può mai essere “giusto” privare della libertà una persona solo per il suo status; giusto in senso strettamente giuridico, coerente con quanto prevede quella stessa legge che consente il trattenimento del richiedente asilo. Perché se realmente si fossero posti queste domande avrebbero risposto che no, giusto non era: avrebbero rifiutato la convalida del trattenimento riconoscendo che vi era un pericolo di persecuzione; avrebbero dichiarato che era evidente che quella domanda di asilo non era strumentale e falsa; avrebbero sospeso l’esecutività del decreto di espulsione, impedendo che vi fosse anche solo il rischio di una deportazione in Turchia prima della decisione; avrebbero registrato subito la volontà di Deniz di chiedere protezione; non avrebbero aspettato a fare gli accertamenti necessari per procedere con la domanda di protezione, essendo il richiedente privato della libertà personale; non avrebbero avviato la procedura Dublino riconoscendo che nel caso di trattenimento in corso quella procedura non andava avviata (e quindi operava quella che è definita “clausola di sovranità”, che consente al paese in cui è presentata la domanda di dichiararsi comunque competente per l’esame della domanda).

E, ancora, avrebbero rifiutato di far vivere degli esseri umani in “moduli abitativi” nei quali i gabinetti non hanno porte, e che si allagano quando piove; non avrebbero accettato di distribuire (non a Deniz, che era in sciopero della fame, ma agli altri circa 150 detenuti) alle 3 del pomeriggio cibi precotti pronti nelle loro confezioni di plastica da ore; avrebbero ammesso che una infermeria come quella interna al CPR non è idonea a verificare le condizioni di una persona trattenuta; avrebbero favorito e non ostacolato il trasferimento di Deniz in ospedale per fare i necessari esami; avrebbero insomma fatto quel che deve essere fatto quando si intende privare ”legalmente” una persona della libertà.

E, invece, hanno scelto di chiudere gli occhi e di non pensare che davanti a loro c’era un uomo. Hanno forse pensato che tanto non erano loro realmente a decidere, che c’era una legge sopra di loro che avallava quelle loro decisioni (o, in alcuni casi, “non decisioni”), che ci sarebbe stato un giudice dopo di loro, o una corte superiore che poteva comunque cambiare quello che loro avevano fatto.

Le loro piccole, piccolissime scelte hanno contribuito a realizzare una grande violazione dei diritti di Deniz; e contribuiscono giorno per giorno a realizzare quella grande e quotidiana violazione dei diritti che viene posta in essere nei CPR.

La storia di Deniz ci dimostra, una volta ancora, che è per banalità, e non necessariamente per malvagità, che i diritti possono essere quotidianamente calpestati. E che la legge attuale, spesso, tale banalità incarna e consente.

* Gianluca Vitale è avvocato e co-presidente del Legal Team Italia.

** La vignetta è di Gianluca Costantini