Delegazione composta da: Rosa Paolella, Adelaide Massimini, Gabriella Guido, Francesco Portoghese, Alice Fischetti

Una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare ha visitato lo scorso 23 dicembre il CIE di Ponte Galeria, unica struttura dedicata all’identificazione ed espulsione operante in Italia con una sezione femminile.

Da molti mesi la sezione maschile non è operativa a seguito di una protesta e di un incendio. Alcuni lavori sono stati fatti poi si sono, a detta degli operatori, si sono bloccati. Non si hanno informazioni in merito alla ristrutturazione e alla riapertura di questa sezione del CIE.

Abbiamo incontrato solo alcuni operatori del centro (3 mediatori, psicologa, funzionari) ma non era presente personale della Questura né della Prefettura.

Agli operatori di GEPSA /AQUARINTO abbiamo chiesto informazioni su rimpatri ed espulsioni ma ci hanno detto di non avere queste informazioni, o meglio di non poterne riferire, ma di rivolgere queste domande direttamente ai referenti della Questura.

Alla data del 23 dicembre ci sono 57 donne, di nazionalità nigeriana (29) cinese (11) ex Jugoslavia (5) Somalia (1) Marocco (1) Ucraini (1) Filippina (1) America Latina (1) Albania (3) Ciad (2).

Sono tutte entrate con decreto di espulsione, molte di loro hanno poi fatto richiesta di asilo.

Chiediamo qual’è il rapporto tra ingressi ed uscite, non c’è una media precisa, dal 1 al 23 dicembre sono entrate 26 donne straniere e ne sono uscite 40. Nel mese di ottobre gli ingressi sono stati 74.

Il tempo di permanenza medio nel CIE è di 69 giorni.

Chiediamo se sono operativi alcuni locali per il trattenimento degli uomini esclusivamente finalizzato al rimpatrio, ci rispondono di non avere questo genere di informazioni (cosa probabilmente non vera, semplicemente non sono autorizzati a rispondere a questo tipo di domande).

Abbiamo chiesto se UNHCR e OIM hanno svolto recentemente delle visite, ci è stato risposto che l’OIM ha effettuato una visita a fine ottobre.

All’ingresso al CIE alle persone vengono spiegate le procedure e consegnato un foglio in lingua con una serie di informazioni sulle procedure interne e sul comportamento da adottare (abbiamo richiesto questo foglio che ci hanno consegnato tradotto nelle lingue italiane, cinese, arabo, inglese, spagnolo, francese e rumeno.

Oltre a due medici maschi, che incontriamo, chiediamo se ci siano in organico anche dottoresse per seguire le donne, ci rispondono di si.

L’ente gestore ha da poco sottoscritto un protocollo con la ASL per cui è ora molto più facile seguire le persone trattenute e le problematiche inerenti la loro salute.

Molte delle donne trattenute hanno casi di vulnerabilità, vengono seguite da una giovane psicologa del centro che riporta che i casi più “classici” sono la gestione dell’ansia, non sapere quale futuro le aspetta, quanto durerà il trattenimento e che esito avrà (liberazione o espulsione), riportano una serie di maltrattamenti, violenze, rapimenti, stupri, lutti in famiglia.

Alcune di loro arrivano con un avvocato che le segue ma poi si affidano ad un nuovo avvocato o ad un avvocato di ufficio. Purtroppo non sempre vengono seguite con competenza e professionalità. Questo ci viene riportato da tutti gli operatori del centro, ma è un problema che peraltro conosciamo già da molto tempo.

Hanno appena rilasciato una donna tunisina che si stava per sposare con un cittadino italiano. Lei ha già un figlio avuto da una precedente relazione (figlio affidato alla zia materna durante il trattenimento nel CIE) . La data fissata era il 10 dicembre ma il Giudice di Pace ha convalidato il trattenimento. E’ stata quindi spostata la data del matrimonio al 14 gennaio.

Molte forte è invece il problema delle donne cinesi. Ci riporta la mediatrice cinese (per la prima volta in decine e decine di ingressi al CIE incontro una mediatrice di lingua cinese) che sono molte le donne che arrivano dai controlli e da un giro di tratta e mafia cinese.

Molte di loro sono arrivate in Italia solo da qualche mese, non parlano affatto la lingua italiana e non comprendo il motivo del trattenimento.

Ci viene raccontato dalla mediatrice che molte di loro si affidano a delle agenzie e tour operator in Cina che offrono un servizio “completo”. Biglietto aereo per l’Italia (pare che fino a qualche tempo fa andasse più di moda per i cinesi andare negli USA, poi tramite passaparola è risultato che gli italiani sono molto più gentili ed accoglienti di altre nazionalità europee e quindi hanno incrementato le “richieste” per Italia), visto turistico (finto) e due o tre notti in albergo già pagate. Questa documentazione è necessaria per superare i controlli alle frontiere. Una volta giunta a destinazione vieni contattata dalla rete di trafficanti locali e “collocata”. Spesso vieni assunta con contratti falsi.

E’ presente nel CIE una donna cinese in Italia da 11 anni, che non ha mai imparato l’italiano, che ha sempre e solo lavorato in una fabbrica. Recentemente si è recata dalla Polizia per chiedere di essere regolarizzata con un permesso di soggiorno, il contratto è risultato falso e lei è stata portata al CIE di Ponte Galeria.

Esistono delle App per le persone cinesi dove ricevi informazioni su dove siano le comunità cinesi più vicine, quali “servizi” offrono, chi contattare.

Moltissime finiscono nel giro della prostituzione dei centri massaggi, negli hotel, nei finti parrucchieri, etc

Ci viene riferito anche il caso di una giovanissima ragazza nigeriana, vittima di tratta, entrata al CIE due giorni prima (21 dicembre 2016)Chiediamo di poterla incontrare. Ecco la sua storia (riportata anche su un foglio da lei scritto a mano)

S. è nata nel 1994. Partita dalla Nigeria inizio agosto ed arrivata in Italia l’11 ottobre via mare, sbarcata in Sicilia. La storia di S. è una storia classica di tratta. Lei è la maggiore di 8 figli, suo padre è deceduto. Una conoscente contatta sua madre dicendole che stanno cercando una ragazza per fare da baby sitter ad una donna nigeriana incinta che si trova in Italia. Le offrono così di intraprendere un viaggio – pagato da questi “conoscenti” – ed arrivare in Italia a lavorare come baby sitter.

Passa attraverso la Libia, sempre con un accompagnatore. Rimane in Libia 2 mesi e 3 settimane poi parte su un barcone e sbarca in Sicilia. Le vengono prese le impronte digitali. Viene trasferita in un centro di accoglienza sempre in Sicilia (di cui non ricorda il nome né il nome della città). Rimane qualche giorno dopodichè la vengono a prendere due giovani che la portano e la consegnano alla signora per la quale avrebbe dovuto lavorare. Non ci sono bambini, né la signora è incinta. Dopo 5 giorni la signora le dice che questa è l’Italia e che lei deve comunque lavorare per ripagare il debito contratto con il viaggio. Non ci sono latri lavori se non quello della prostituzione, la portano in strada obbligandola a stare dalle 7 di sera alle 5 di mattina. Lei ha tentato di rifiutarsi ma è stata minacciata e malmenata. Le hanno dato vestiti ed accompagnata in strada.

Qui il suo racconto  scritto si ferma.

Ma il mediatore con il quale abbiamo parlato prima del suo caso mi ha confermato che S. è riuscita una sera a convincere un cliente a portarla in stazione. E’ stata portata alla stazione di Orte, da lì ha preso un treno fino a Terni, da Terni a Roma. Arriva alla Stazione Termini dove si rivolge ad un poliziotto (o un vigile) che le chiede i documenti. Le dice che la porterà alla Caritas invece la porta in Questura o Prefettura, da lì a Ponte Galeria.

S. non ha cellulare. Sembra determinata, ma anche molto confusa e spaventata. Nessuno le ha spiegato nulla in merito alle leggi italiane. Lei vuole rimanere ora in Italia, non vuole tornare in Nigeria. Pare non abbia firmato richiesta di asilo.

Il caso di S. e delle tre sorelle è stato segnalato alla Cooperativa Be Free ed all'Associazione A Buon Diritto.

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