di Francesca Mazzuzi – È la notte del 22 maggio 2021, il suo nome è Musa Balde, ha 23 anni ed è originario delle Guinea. È lui l’ennesimo morto di CPR. Si è tolto la vita mentre si trovava in isolamento nel CPR di Torino, nel famigerato “ospedaletto”, anche se il nome richiama l’assistenza sanitaria, in realtà si tratta di celle, lontane dall’infermeria, da cui difficilmente si riesce a chiamare eventuali soccorsi. 

Il 9 maggio Balde ha subito una violenta aggressione a Ventimiglia, tre cittadini italiani lo hanno preso a colpi di spranga e bastone, dopo averlo ingiustamente accusato del tentato furto di un telefono. Un video diffuso sui social mostra il brutale pestaggio, mentre chi registra il video dalla finestra di un palazzo urla “lo ammazza”, “lo ammazzano”, “lo sta ammazzando, scendete!”.

I tre italiani sono stati denunciati per lesioni, mentre Balde, la vittima, già destinatario di un provvedimento di espulsione, sembrerebbe essere stato prelevato direttamente dall’ospedale e portato al Cpr di corso Brunelleschi.

Balde non riusciva a capire perché fosse stato rinchiuso in quella struttura. L’ultima persona ad avere parlato con lui è stato il suo avvocato difensore, Gianluca Vitale che, notando la fragilità del suo stato psicologico aveva infatti chiesto una perizia a un importante centro che si occupa di vulnerabilità psichica dei migranti.

Balde non ce l’ha fatta, non ha resistito e sabato notte si è tolto la vita.

Ma non è il primo morto nel CPR di Torino nell’area dell’ospedaletto, ricordiamo Hossain Faisal, bengalese di 32 anni, vittima di violenza all’interno dello stesso centro e posto in isolamento punitivo per 22 giorni, senza possibilità di chiedere aiuto visto che i campanelli di allarme vicino ai letti non erano funzionati. Venne trovato morto tra 7 e l’8 luglio 2019, per arresto cardiaco, si dirà.

I Cpr sono luoghi in cui si viene ingoiati spesso senza capire cosa stia succedendo, a volte per una sciocchezza. 

Il 10 luglio 2020 un giovane albanese, incensurato, si appropria di una bicicletta incustodita dopo avere bevuto un po’ a una festa di compleanno. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine viene arrestato per resistenza, sebbene passiva, patteggia un anno con liberazione immediata e sospensione della pena, ma una volta liberato viene immediatamente portato nel CPR di Gradisca perché i suoi documenti erano scaduti. Dopo pochi giorni, Orgest Turia albanese di 28 anni, è stato trovato senza vita in una cella di isolamento in cui si trovava per il periodo di quarantena, mentre il suo compagno di cella, cittadino marocchino, era in stato di incoscienza. L’autopsia ha accertato la causa della morte per un’overdose di metadone. L’avvocato difensore incaricato dalla famiglia ha sollevato perplessità su come il giovane potesse essere entrato in possesso di quella sostanza e per di più in quantità tale da provocare la morte. Ma questa domanda attende ancora una risposta.

Le condizioni di vita all’interno dei CPR, strutture pubbliche gestite da privati, mettono ordinariamente a dura prova la capacità di resistenza psicologica di chi vi viene recluso, condizioni che spezzano una persona la cui vulnerabilità e sofferenza non viene riconosciuta.

Esattamente come è accaduto a Harry, ventenne cittadino nigeriano che si è tolto la vita nel CPR di Brindisi Restinco, tra l’1 e il 2 giugno del 2019. Harry aveva un problema psichiatrico, ma nessuno ne aveva tenuto conto, nonostante le relazioni dei medici che lo avevano incontrato in precedenza e i solleciti da parte di LasciateCIEntrare affinché fosse trasferito in luogo idoneo, data l’incompatibilità delle sue condizioni con il trattenimento in un CPR. Ma Harry non è stato tutelato in vita, e nessuno è risultato responsabile per la sua morte. Nessuna autopsia è stata disposta, ma è stato, invece, frettolosamente sepolto il 3 giugno.

Da vent’anni si ha la consapevolezza che i centri di detenzione amministrativa per gli stranieri sono istituti di privazione dei diritti fondamentali della persona, in cui chi vi entra diventa invisibile e non gode del trattamento che spetta a ogni essere umano. 

Ed ecco la notizia dell’ennesima morte. Secondo quanto riportato dalla stampa, gli accertamenti dei fatti accaduti sabato notte saranno affidati agli agenti della questura di Torino, la stessa autorità responsabile della sicurezza interna del CPR.

Chiediamo che le indagini siano effettuate con la massima trasparenza e ci auguriamo che i familiari possano verificarne l’andamento per giungere alla verità. 

Sono troppe le morti nei CPR dichiarate “naturali”, troppe le cause di morte rimaste senza risposta.

Chiediamo verità e giustizia per Balde e per tutti i morti di CPR.