di Francesca Mazzuzi * – Ieri sera, 18 ottobre, è stato finalmente localizzato il barchino partito da Annaba, in Algeria, e disperso per 9 giorni nel tentativo di raggiungere le coste sarde.

A lanciare l’allarme sono stati i parenti delle persone che non sono mai arrivate a destinazione.

Dei 3 barchini partiti insieme dall’Algeria, uno ha probabilmente avuto problemi al motore e gli occupanti dei restanti due, non riuscendo ad aiutarli, hanno proseguito il viaggio per cercare soccorso. I due barchini, una volta arrivati in Sardegna hanno lanciato l’allarme e, secondo quanto ci è stato riferito dalla Questura di Cagliari, dal pomeriggio del 10 ottobre la Capitaneria di Porto avrebbe avviato le ricerche del piccolo natante in avaria, con mezzi aerei e navali, senza trovarne traccia né individuando segni di un eventuale naufragio.

I parenti delle persone disperse hanno continuato incessantemente a cercare di raggiungere telefonicamente i loro cari e di avere informazioni dalla autorità italiane e algerine, anche con il supporto di Alarm Phone, il servizio di emergenza che raccoglie le segnalazioni dei migranti in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.

A pochi giorni dall’allarme lanciato dai giovani algerini arrivati il 10 ottobre in Sardegna, anche Alarm Phone aveva segnalato la presenza di un barchino in pericolo. Noi abbiamo potuto fare ben poco dalla Sardegna, se non verificare che alcuni dei nomi delle persone a bordo del natante non fossero effettivamente tra quelle arrivate nell’isola tra il 10 e l’11 ottobre e avere conferma, solo dietro nostra esplicita richiesta, che effettivamente era stata avviata un’attività di ricerca in quei giorni. Ma non sappiamo per quanto tempo quest’ultima si sia protratta e se, nell’attuarla, ci sia stata comunicazione e collaborazione con le autorità algerine.

Finalmente, il 17 ottobre, i parenti dei dispersi sono riusciti ad avere un contatto con le persone a bordo del barchino. I superstiti, che probabilmente si trovano vicini alla Sicilia, fanno sapere che sei di loro sono deceduti nel frattempo. La Guardia Costiera e le altre autorità coinvolte, però, non hanno fatto trapelare alcuna informazione al riguardo, nessuna notizia è circolata su quanto stava accadendo e sono stati inutili i tentativi dei familiari di capire quali misure fossero state intraprese in aiuto dei loro cari.

Solo nella notte del 18 ottobre la Guardia Costiera ha rotto il silenzio diffondendo un comunicato che informava del ritrovamento dei superstiti. Secondo quanto si apprende, la Centrale operativa di Roma ha potuto restringere l’area di ricerca nella zona del trapanese e localizzare la posizione del barchino grazie ai numeri dei telefoni cellulari delle persone a bordo, precedentemente forniti dai loro congiunti. Un velivolo impegnato nella ricerca ha, quindi, avvistato il barchino poi raggiunto da una motovedetta della Guardia Costiera di Mazara del Vallo a circa 8 miglia dal porto. I sei naufraghi tratti in salvo hanno raccontato di aver dovuto abbandonare in mare i corpi dei loro compagni di viaggio morti di stenti durante la traversata.

Solo grazie alla tenacia dei familiari e della rete di attivisti impegnati nel raccogliere le segnalazioni delle emergenze nel Mediterraneo abbiamo potuto seguire questa vicenda. Quindi ci chiediamo: perché non è stata data immediata notizia della segnalazione di un barchino in difficoltà e delle relative attività di ricerca? Tra il 10 ottobre, quando i giovani algerini arrivati in Sardegna hanno segnalato un barchino in difficoltà e il 13 ottobre, quando Alarm Phone ha avvertito le autorità competenti su segnalazione dei familiari, le ricerche erano state interrotte? Quando sono riprese? Quante volte imbarcazioni e persone che intraprendono la rotta Algeria-Sardegna sono scomparse nel più totale silenzio?

Queste sono solo alcune delle domande di cui noi tutti dovremmo pretendere una risposta.

Sono ormai note le vicissitudini che caratterizzano le segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo mentre percorrono la rotta libica e tunisina, caratterizzate da continui rimpalli di responsabilità da parte dei Paesi delle zone SAR (ricerca e soccorso) coinvolti, che rifiutano di intervenire per prestare soccorso e indicare un porto sicuro, in palese violazione delle norme del diritto internazionale, per paura di aprire le porte del proprio territorio e accogliere i migranti che cercano un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie nella Fortezza Europa. Tentennamenti, politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera, di respingimento e di abbandono che nel 2020 sono costati la vita a circa 500 persone (almeno quelle di cui si ha notizia) solo nella rotta del Mediterraneo Centrale, cui si devono aggiungere le circa 8mila riportate nell’inferno libico, nel corso di quest’anno, di molte delle quali si sono perse le tracce.

La vicenda che abbiamo seguito in questi giorni si aggiunge a questa triste tendenza e siamo fortemente preoccupati per il silenzio calato su quanto stava accadendo.

Dobbiamo pretendere di sapere, non possiamo essere indifferenti a quanto accade a pochi chilometri da casa nostra. Anche in questa sponda del Mediterraneo dobbiamo avere la consapevolezza che nonostante la breve distanza che separa l’Algeria dalla Sardegna, il viaggio non è privo di pericoli e che non tutti coloro che cercano una opportunità in Europa riescono effettivamente a raggiungerla, ma perdono la vita durante il viaggio. Dovremmo porci più domande su quanto succede in Algeria, chiederci perché tanti giovani partono rischiando di morire. Chi attraversa le frontiere in maniera irregolare non lo fa perché è un criminale e perché ha qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché è l’unica via perseguibile a causa delle limitate possibilità di poter ottenere un visto per un Paese europeo e viaggiare in maniera regolare.

Cercheremo di conoscere i nomi e le storie delle persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la nostra isola affinché i morti non siano ridotti a semplici numeri.

* referente della Campagna LasciateCIEntrare in Sardegna

Tratto da Il Manifesto Sardo

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