“Quello che volevamo fare noi, lo ha fatto il ministro Salvini – racconta Tania Poguisch, referente per Messina della Campagna LasciateCIEntrare – pur se con scopi e modalità radicalmente diversi, ovviamente! Mi riferisco alla chiusura del Cara di Mineo, una struttura che è stata oggetto di tante nostre denunce e di tante nostre battaglie in difesa della dignità e dei diritti dei migranti che vi erano ospitati”. Lo smantellamento della discussa struttura di accoglienza siciliana sta procedendo a pieno ritmo.
“Solo oggi (giovedì 23 maggio. ndr) ne hanno buttato fuori una cinquantina. Altri cinquanta sono stati trasferiti a Messina nell’ex caserma Gasparro quasi un mese fa. Di questi, solo 5 sono rimasti a Messina. Gli altri sono spariti, anche coloro che, a detta degli avvocati, avevano ottime possibilità di ottenere un permesso umanitario. Hanno preferito andarsene tutti. Come abbiamo denunciato in più occasioni, il decreto ‘sicurezza’ altro non è che una fabbrica di irregolari”.

“Salvini ha addirittura usurpato il nostro stesso slogan ‘chiudiamo il megacara della pseudo accoglienza’ – sottolinea Alfonso Di Stefano, referente per Catania di LasciateCIEntrare – . Ovviamente, ha tolto l’aggettivo ‘pseudo’ perché il ministro dell’Interno di accoglienza non vuole neppure sentirne parlare, considerando che ha portato avanti le politiche volte a criminalizzare le esperienze positive, come quella di Riace. Criminalizzazione, c’è da dire, già cominciata col Governo precedente. Su quest’onda, il ministro ha avuto buon fioco a cavalcare la destra xenofoba affermando che il Cara minacciava la sicurezza degli agricoltori. Eppure, la struttura era continuamente sorvegliata da polizia in assetto antisommossa, esercito con autoblindi, carabinieri e anche da poliziotti a cavallo, addirittura”.

Il CARA di Mineo aprì nel marzo del 2011 e già due mesi dopo scoppiò la prima rivolta. “Era una struttura nata per parcheggiare a tempo indeterminato le persone, (senza neppure dare loro la possibilità di accedere) con lunghissime attese per l’esame della commissione per i rifugiati. Nel 2014, qui vi erano rinchiusi 4500 migranti”.
Oggi ce ne sono circa 210. Tutti in attesa di trasferimento perché il decreto “sicurezza” è stato applicato in maniera retroattiva.

La storia del Cara di Mineo, è un susseguirsi di scandali e denunce, senza che per questo si interrompono mai i finanziamenti governativi e i gestori, tra cui la Croce Rossa italiana che nei sei mesi del 2011 recepiva 45 euro al giorno per richiedente. In media, il Cara ha sempre continuato ad assorbire una media di 45 – 50 milioni di euro all’anno”, spiega Alfonso. Dal primo ottobre 2018 è subentrata una nuova gestione, che ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita dei richiedenti, vista la drastica riduzione da 35 euro al giorno per persona a 22.
“Sul cara di Mineo, Salvini ha inscenato la solita propaganda. Ha ordinato di chiudere la struttura ma senza fornire una soluzione alternativa ai migranti. Nei fatti, il risultato è quello di ingrossare le file dei senza fissa dimora. Senza considerare che tra questi, ci sono molti migranti in condizioni di vulnerabilità fisica e psichica”.

“Cosa ne sarà di questa gente in una città come Catania – si chiede Alfonso – governata da una destra che ha emanato una ordinanza anti decoro ed affibbia 500 euro di multa a chi dorme per strada o anche a chi trasporta una semplice bomboletta spray? E’ vero che in Sicilia ci sono molte esperienze di accoglienza virtuosa, messe in atto da associazioni o da Comuni sensibili al problema, ma sono comunque casi isolati che danno una risposta ad un numero percentualmente molto basso di migranti”.

Le nefasta conseguenze del decreto si sono manifestate anche nell’isola, come per altre Regioni d’Italia, con il licenziamento di tanti operatori e la chiusura di tante strutture che, oltre a tutto, erano finanziate da fondi europei, e tanti operatori lasciati a casa. “A pagarne le spese sono stati in particolare i centri di accoglienza destinati ai minori non accompagnati e tutti i progetti a loro sostegno – spiega Tania -. Gli operatori stanno cercando di metterci una pezza, tentando di sistemarli negli Sprar”. Con la precedente amministrazione regionale, quella di Rosario Crocetta, in Sicilia c’erano molte strutture di accoglienza per minori. A Messina quando c’erano quasi due sbarchi a settimana arrivavano anche 150/200 minori non accompagnati. Alcune strutture ospitavano anche 250 ragazzi, forzando sui numeri imposti dal decreto Crocetta che in casi di emergenza sbarchi ne prevedevano 50 per struttura. Oggi sono state tutte chiuse o stanno chiudendo. “Il sistema di accoglienza era già partito col piede sbagliato, concentrando i progetti sulle grandi strutture e non sulle persone. Ma il decreto sicurezza non fa altro che continuare su questa strada, amplificando ancora di più gli effetti di questo errore di base”.

Un problema riguarda i minori non accompagnanti che stanno per entrare nell’età adulta e rischiano di trovarsi per strada senza nessun permesso, nonostante i tanti crediti formativi accumulati. Un problema che riguarda molte ragazze e ragazzi: alla fine del 2018, in Sicilia c’erano più di 4.700 minori. All’incirca il 40% di tutti i minori non accompagnati accolti in Italia.

Per quanto riguarda il Sistema di protezione per richiedenti asilo, quanto accade a Messina nell’area della città metropolitana, una delle più grandi d’Italia con 108 Comuni inseriti, è emblematico di come tante amministrazioni cerchino di rimediare ai guasti provocanti dal decreto sicurezza senza esporsi troppo. “Qui abbiamo una amministrazione legata a Forza Italia – spiega Tania –. Una amministrazione quindi, di destra che, a parole, appoggia le politiche contro i migranti del Governo. Eppure, è talmente chiaro che la chiusura dei centri di accoglienza causerebbe gravi problemi in tutta la città, che la Giunta ha scelto la politica del ‘fare finta di niente’. L’amministrazione, senza farci troppo rumore attorno, cerca di non chiuderli e di mantenere le cose come stanno”.

Silvia di Meo, operatrice di Borderline Sicilia, sottolinea come l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari abbia creato profonde ingiustizie e complicato percorsi di inclusione già avviati. “Chi aveva un permesso umanitario si sta muovendo per un nuovo permesso di soggiorno. L’ideale sarebbe convertire il documento in un permesso di lavoro ma per chi deve ancora completare il suo percorso di inserimento sociale non è affatto facile! Ma l’aspetto che più inquieta è l’estrema discrezionalità con la quale il decreto viene applicato. In particolare, le norme relative alla retroattività del decreto. In alcune provincie, la legge viene applicata anche a chi ha fatto richiesta prima del 5 ottobre. In altre no. A Caltanissetta, si sta tentando la strada di convertire l’umanitario in ricerca di lavoro. A Siracusa, le porte sono sbarrate. Gli avvocati si stanno dando da fare, ma la situazione è difficile da contrastare proprio per via dei criteri che non sono uguali per tutti. Oltre a tutto, l’anagrafe in Sicilia, viene per lo più negata. Hanno rigettato anche le richieste dei titolari di protezione umanitaria”.

“Cosa ci preoccupa di più? Il razzismo crescente. Oramai lo si respira non solo negli sportelli migranti, ma anche per le strade e nella vita di tutti i giorni come per la ricerca di un appartamento in affitto. Anche chi ha referenze, contratto in regola e disponibilità economica, ma la pelle nera, trova tutte le porte chiuse”.