di Yasmine Accardo – Sono le 9.30 del mattino del 21 dicembre quando arrivo al Cpr di Ponte Galeria. Questa volta non sono qui per urlare dentro un megafono di chiudere i CPR. Non sono qui per tentare inutilmente di accedere.

Sono qui, su delega della famiglia di Wissem per prendere gli effetti personali di Wissem. Entro facilmente, firmo un foglio di informativa sul COVID, mostro il mio documento e d accedo alla sala di atesa. Il responsabile del centro ed un operatore arrivano con uno scatolone e due buste di plastica dura. Sul banco che ci separa i due mettono in fila gli effetti personali di Wissem. In ordine per categoria. Uno sull’altro. 3 tshirts, 7 felpe, 7 pantaloni di tuta, 2 giubbotti (uno imbottito, l’altro è un kway), 2 magliette grigie.

Penso in quel momento che Wissem quelle cose le ha ricevute in parte sulla nave quarantena, in parte al CPR. Non tutto ha potuto indossare nel CPR

Un paio di ciabatte, due paia di scarpe.

Poi arriva una bustina con 4 dentifrici usati e due spazzolini ed un’altra busta con i fogli ripiegati. Mi chiedo se ci sia qualcosa di importante, ma non riesco a toccare niente.

Tutto viene riposto in ordine nello scatolone insieme ad altri 2 cappellini con visiera. Mi viene detto, come già sappiamo, che il telefono è sottosequestro.

L’operatore intanto apre le tasche di un borsellino di quelli che si legano alla vita. Dentro ci sono monete con scritte in arabo. Un auricolare, un portafoglio vuoto e qualche tessera di carta.

Due pigiami e 3 shorts insieme ad un jeans a gamba corta. Penso che certamente, forse quello era di Wissem prima che arrivasse. Penso una cosa stupida perché insieme al borsellino è l’unico oggetto che non sembra in serie.

Lo scatolone viene finalmente chiuso e l’operatore mi accompagna fuori. Faccio il resto del percorso con lo scatolone pieno degli effetti personali di Wissem fino alla macchina. Mi chiedo se la famiglia vorrà “tutto”, me lo chiedo perchè non riesco a ripetere la parola effetti personali, non riesco. Penso che in quella scatola gli oggetti personali di Wissem sono il borsellino e forse il jeans. Penso a quello che raccontano di lui, penso alla madre, al padre ed a Rania quando toccheranno quelle cose. Le cose personali di Wissem.

Penso che quelle cose dentro quella scatola sono i vestiti portati dentro una detenzione: sulla nave quarantena, nel cpr e che quello che raccontano ( se gli è stato permesso di indossare tutto….e sembra di no) è insostenibile. Questo scatolone pesa troppo. Devo lasciarlo in terra e riprenderlo più volte prima di arrivare alla macchina. Quando arriviamo lo scatolone ed io, non c’è più niente.

Il mio amico Antonio quando vede la lista mi dice che è un morire di classe, ancora un crimine di pace.

Un berretto, una t-shirt, un jeans ed un borsellino e 5 lacci. 7 pantaloni di tuta, 3 tshirt..un borsellino sono le cose di un condannato a morte. Quel che resta. Quel che “il sistema di accoglienza” gli ha fatto trovare.

 

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