Fa così tanto freddo da dover andare a letto indossando i giubbotti e tutti gli abiti che si possiedono.

Mi sveglio la mattina col mal di testa per il gelo”. Questa era la situazione nel CPR di Macomer qualche settimana fa, quando all’abbassarsi delle temperature per l’arrivo della stagione invernale, l’impianto di riscaldamento era malfunzionante e diversi alloggi non erano riscaldati.

Tra la fine di novembre e metà dicembre 2021 sono state inviate segnalazioni a Prefettura di Nuoro, Ministero dell’Interno, ORS (l’ente gestore) per chiedere che il riscaldamento venisse riparato a tutela della salute delle persone recluse nella struttura e che venissero almeno distribuite le coperte, già in possesso dell’ente gestore, a coloro che si trovano negli alloggi senza riscaldamento.

Sono stati fatti sopralluoghi ed eseguite delle riparazioni. Risultato? Un breve periodo di funzionamento e poi di nuovo il gelo! Dal 30 dicembre al 5 gennaio niente riscaldamento e niente acqua calda. Pare sia terminato il gasolio per alimentare le caldaie.

Questo è un ulteriore esempio del trattamento riservato agli stranieri reclusi nei centri per il rimpatrio, in cui vengono privati della libertà e poi dimenticati. In cui è difficile fare valere i diritti alla salute, alla comunicazione, alla difesa legale, insomma i diritti fondamentali di ciascuno. Centri in cui il silenzio in cui sono avvolti e la distanza, anche fisica, dal resto della società, rende invisibili le persone recluse in attesa dell’espulsione dal territorio italiano ed europeo. Un silenzio che alimenta la narrazione istituzionale che è solita descrivere gli stranieri “ingabbiati”, perché questi centri sono delle vere e proprie gabbie, come “non persone” pericolose, indesiderate e non degne di essere trattate come esseri umani portatori di diritti.

Negli ultimi mesi abbiamo cercato di abbattere il muro del silenzio che avvolge il CPR di Macomer promuovendo eventi informativi, una manifestazione nelle strade del centro cittadino e una raccolta di schede telefoniche in solidarietà con le persone recluse, per supportarle nel loro diritto a comunicare con l’esterno. Ma la vita quotidiana all’interno del CPR continua a svolgersi nell’indifferenza di chi vive al suo esterno e non si accorge della sua disumanità. Così come continuano ad esservi trattenute anche persone vulnerabili o che lo diventano come conseguenza delle condizioni della reclusione, persone che arrivano anche a compiere atti disperati. Secondo voci istituzionali sono simulazioni. Secondo noi sono diretta conseguenza delle condizioni di vita all’interno di queste istituzioni totali.

Dalle poche informazioni che riescono a raggiungere l’esterno, da quando il CPR di Macomer è operativo, siamo venuti a conoscenza di proteste, di atti di autolesionismo, di tentativi di suicidio per fortuna sventati. Bisogna trovarsi di fronte alla morte affinché non vengano registrati come simulazioni? Solo di fronte alla morte si riesce ad attirare l’attenzione mediatica, quasi mai politica, attorno ai CPR?

Solo casualmente nei quasi due anni di attività del CPR di Macomer non si è verificato alcun decesso, nonostante ci si sia andati molto vicini.

I CPR sono luoghi in cui si muore. Negli ultimi due anni e mezzo sono 8 le vittime di questo sistema indegno, due delle quali hanno chiuso tragicamente il 2021.

Wissem Ben Abdel Latif arrivato sano dalla Tunisia, ma rimasto vittima dell’efficiente sistema di “accoglienza” italiano. Prima rinchiuso nell’hotspot di Lampedusa, poi in una nave quarantena, passando per il CPR di Ponte Galeria a Roma, per finire legato per tre giorni al letto di un ospedale psichiatrico, in cui è deceduto il 28 novembre.

Anani Ezzedine, morto la notte tra il 5 e il 6 dicembre nel CPR Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Parrebbe trattarsi dell’ennesimo caso di suicidio. Per due settimane è rimasta una morte senza nome, solo successivamente si è venuti a conoscenza della sua identità, ma ancora oggi non si hanno notizie sulle effettive circostanze in cui è accaduto il fatto. Così come avviene normalmente: ciò che accade nei CPR rimane nei CPR.

Alla luce di tutto questo non deve sembrare una questione banale che le persone nel CPR di Macomer si trovino a soffrire il freddo per un malfunzionamento strutturale o per una “dimenticanza”, perché è un trattamento tipico del sistema in cui si trovano fagocitati, per il quale dovremmo indignarci ogni giorno.

Basta aspettare la tragedia per occuparsi di CPR! È giunto il momento per mostrare un’attenzione continua verso la crudeltà dei CPR, di attivarsi affinché la detenzione amministrativa sia definitivamente abolita, un sistema di reclusione ingiustamente afflittivo che è parte di una politica migratoria che va totalmente ripensata verso il riconoscimento di diritti, dignità e di un’effettiva libertà di movimento per tutti e tutte, a prescindere dal paese di provenienza.

Assemblea No Cpr Macomer
Campagna LasciateCIEntrare
Eutopia Democrazia Rivoluzionaria
Potere al Popolo Sardegna