Roma, 7 dicembre – Ieri mattina, lunedì 6 dicembre, il Senatore Gregorio De Falco è finalmente riuscito ad entrare nel CPR di Ponte Galeria.

Ci aveva provato sabato 4 dicembre insieme al parlamentare tunisino Majdi Kerbai ed all’avvocato Francesco Romeo, senza però ricevere autorizzazione all’accesso.

Ha deciso di entrare anche per riuscire a parlare con i testimoni degli ultimi giorni di vita di Wassem Abdel Latif, con i quali nessuna delle persone in visita nei giorni precedenti aveva parlato.

Guardo caso, ieri mattina tutti i tunisini arrivati con Abdel Latif sarebbero stati trasferiti, molto prima che entrasse De Falco e prima di poter rilasciare dichiarazioni se non per via telefono agli attivisti. Un copione squallido, vergognoso, sempre uguale.

In questa storia terribile che racconta con chiarezza quello che si denuncia da molto tempo “sull’accoglienza”, sulle navi quarantena e sui CPR emerge perfino l’assoluta mancata tutela di testimoni e una agghiacciante indifferenza sul loro racconto.

Come in altre situazioni simili, la macchina del rimpatrio non si ferma di fronte nemmeno alle morti, ma si mette velocemente in moto per espellere e silenziare chi è meglio non venga ascoltato.

Wassem era arrivato a Lampedusa verso la fine di settembre ed era stato “accolto” nell’hotspot di Lampedusa, che in quei giorni vedeva una presenza di oltre 1.000 persone con sbrigativi trasferimenti sulle navi quarantena.

Il 3 ottobre, come Campagna LasciateCIEentrare, Carovane Migranti, Rete Antirazzista Catanese ed Ongi Etorri Errefuxiatuak insieme alle madri tunisine arrivate a Lampedusa, eravamo sull’isola per denunciare le politiche assassine dell’Unione Europea ed il silenzio sulla morte dei loro cari. Ancora una volta avevamo provato a fare richiesta di accesso all’interno dell’hotspot di Contrada Imbriacola senza ricevere alcuna risposta.

Abbiamo allora seguito i trasferimenti di centinaia di persone tra uomini, donne e bambini dall’hotspot di Lampedusa alla nave GNV Atlas ferma nella Cala Pisana. Abbiamo visto le loro lunghe ore di attesa, oltre 3 ore, sulla banchina seduti a terra di fronte alla grande porta della Atlas in attesa dell’ordine di poter entrare. Ognuno con la sua busta e la bottiglia d’acqua. Tutti in fila in gruppi di 10 sorridevano a noi che li salutavamo facendo il segno della vittoria. Volevamo avvicinarci per poter lasciare loro del materiale informativo o il numero di telefono SOS, ma eravamo bloccati da un folto gruppo di agenti di polizia.

I racconti degli amici e dei parenti in questi giorni ci parlano di Wassam come di una persona sana. Non è difficile credere quanto sia stato orribile vivere fin dall’arrivo in Italia solo e soltanto detenzione.

Wassem prima, appunto, era stato “accolto” nell’hotspot dove aveva dormito a terra circondato da una rete perché il centro era stracolmo; era poi stato trasferito a tutta velocità per un’altra quarantena su una nave mastodontica. L’Italia, il paese della Costituzione nata dalla Resistenza, il paese di Ventotene e dell’Unione europea, lo Stato firmatario delle Convenzioni internazionale e della Carta dei Diritti Umani, si presentava a lui sbattendogli in faccia la cruda realtà: due luoghi di detenzione arbitraria dove è negata “per ordini superiori” qualsiasi possibilità di accedere alla richiesta di protezione internazionale. Infine, come per tutti i cittadini tunisini, a metà ottobre, la direzione successiva era stata il CPR.

Lo raccontano ancora una volta le immagini che sono girate online filmate dallo stesso Wassem e che abbiamo postato sulla nostra pagina: freddo, paura per il proprio futuro, difficoltà a vedere l’avvocato (nel suo caso pare che la famiglia abbia pagato profumatamente un’avvocata che se n’è tranquillamente lavata le mani), paura di essere scoperti a fare riprese con il telefono. Paura, paura e ancora paura.

Tante domande alle quali vogliamo risposta

Tanti sono i racconti che stiamo mettendo insieme in questi giorni insieme a Majdi Kerbai.

Wassem in Italia era arrivato sano, ce lo confermano tutte le testimonianze. La famiglia lo ha dichiarato pubblicamente, eppure Wassem è morto legato ad un letto del reparto psichiatrico del San Camillo dove è stato contenuto per 3 giorni. Morto legato ad un letto il 28 novembre alle ore 4.20.

Perché il medico della Croce Rossa sulla nave quarantena l’ha ritenuto idoneo al trattenimento se, come vogliono farci credere, era un soggetto vulnerabile e con problemi psichici? Sui certificati medici di dimissioni dalle navi, perlomeno quelli che noi abbiamo visto, si riporta solo che la persona è esente da stato febbrile e non è affetta da patologie contagiose o infettive trasmissibili ai sensi del R.S.I. e dunque la persona può essere compatibile con la vita in comunità ristretta. La persona evidentemente è invisibile, più piccola del virus.

Prima di entrare in un CPR un medico dell’ASL dovrebbe incontrare le persone e stabilire se possono essere trattenuti o meno. Per nostra esperienza però i medici scrivono sempre che il soggetto può essere trattenuto, a noi non è mai capitato di leggere un certificato che dicesse il contrario.

Poniamo comunque alcune domande alle quali esigiamo risposte: se Wassem aveva una fragilità psichica, perché era stato detenuto in un CPR? Perché a nessuno importa nulla che la persona sia vulnerabile? Chi impartisce l’ordine di trattenere e rimpatriare al più presto?

E ancora: cosa ha reso Wassem un vulnerabile psichico visto che non lo era all’arrivo?

Poi chiediamo: quali medicine prendeva? Chi le ha prescritte? Le voleva prendere? Si è opposto alla loro somministrazione e come? E’ stato forzarlo a prendere i farmaci? Ha subito forme di violenza all’interno del CPR? Perché, stava protestando e per quali motivi? E poi infine cosa è successo davvero al ricovero al San Camillo?

Troppe domande che nascondono più che dire. Domande che vogliono risposte che hanno il tempo dei tribunali asfittici e che troppe volte finiscono per negare ancora una volta la verità riducendo tutto a parole come: morte naturale ed arresto cardiaco. Sono talmente ordinarie queste parole da essere di una violenza aspra, terribile, soffocante.

Di naturale in questa storia non c’è proprio nulla. Viene fuori tutto l’orrore del sistema di accoglienza e rimpatrio contro cui continueremo a batterci senza posa. Wassem Abdel Latif è morto legato al letto, dove è rimasto contenuto fin dopo la morte come ha dichiarato il garante dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma.

Nessuna spiegazione coprirà le urla della madre, nessuna risposta. Non può. Perché ogni secondo che Wassem è stato in questo Paese ha subito ingiustizia, violenza ed abuso, culminato in una morte atroce.

L’avvocato Francesco Romeo incaricato dalla famiglia è già al lavoro. Lo è il Senatore De Falco, lo siamo tutti noi attivisti. Non per rispondere a delle domande ma per Verità e Giustizia.

Rania, la sorella, ha iniziato ieri uno sciopero della fame: anche lei vuole Verità e Giustizia!

 

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