Delegazione della campagna LasciateCIEntrare composta dall’onorevole Giulio Marcon capogruppo di Sinistra Italiana – Possibile alla Camera dei Deputati, Riccardo Bottazzo – giornalista, Yasmine Accardo – Associazioni Garibaldi 101 , Stefano Bleggi – Melting Pot Europa e Mattia Orlando, segretario regionale Sinistra italiana

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell’Altovicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l’ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell’ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso.[2]

L’accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un’attesa di due ore, intervallate dall’arrivo della responsabile del personale (dopo un’ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l’accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che “è vietato dalla legge” e che tempo fa, in un’altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l’incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l’inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall’agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall’Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C’è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l’assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l’altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l’italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l’assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L’assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c’è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l’ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all’ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l’assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l’operatore (che magari non c’è), questi la responsabile del personale, e questa l’infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano “per una questione di integrazione”, dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti […] [3])

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e “molte ragazze non passano più per di qua la sera”. “All’inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco…

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent’anni nel settore dell’occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro “conoscenze” sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di “volontariato” spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, “dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo”.

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.