di Francesca Mazzuzi – Periodicamente corrono voci su proteste all’interno dei Cpr, ma è difficile avere informazioni certe sulle cause e soprattutto su quanto accade dopo. Poche settimane fa a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) una protesta è stata sedata con violenza, pare anche con l’utilizzo di lacrimogeni, sarebbero poi seguiti trasferimenti e alcuni rimpatri. Ci è stato detto che solo pochi giorni fa una trentina di agenti delle forze di polizia ha messo in isolamento una decina di persone nel Cpr di Torino, probabilmente dopo una protesta, poi trasferite nel Cpr di Ponte Galeria a Roma. Ancora trasferimenti punitivi.
Intanto continuano i preparativi per le espulsioni collettive. Ieri 36 persone, precedentemente sbarcate a Lampedusa, sono state portate nei centri per il rimpatrio di Torino e di Gradisca d’Isonzo, dopo avere concluso il periodo di isolamento sanitario nel centro gestito dalla Croce Rossa in provincia di Asti.
È chiaro che l’unica preoccupazione è liberarsi degli sgraditi ospiti, assecondando chi immotivatamente crea allarme gridando all’invasione degli untori arrivati dal mare. E nessuno studio, nessun dato, nessun ragionamento riesce a scalfire questa convinzione alimentata da discorsi che costruiscono una falsa rappresentazione del migrante per instillare paura, odio e violenza.
Nessuna invasione e nessuna emergenza. Sono lontani i tempi dei grandi numeri, solo incapacità, anzi mancanza di volontà di gestire gli arrivi in maniera dignitosa e sicura.
Chi arriva dopo avere passato lunghi periodi di tortura in Libia o autonomamente dal Nordafrica o via terra attraverso la rotta balcanica, è sottoposto a quarantene infinite in hotspot, in strutture improvvisate e sovraffollate o in navi. In Friuli persino negli autobus, a Monastir, in Sardegna, in un hangar. Esattamente ciò che le norme sanitarie imporrebbero di non fare per prevenire eventuali contagi e diffusione del virus.
In particolare, chi sbarca da Paesi ritenuti sicuri, come la Tunisia, difficilmente riceve, come invece disposto dalla normativa vigente, un’informativa sulla richiesta della protezione internazionale. E si assiste a trasferimenti collettivi di decine e decine di migranti dall’hotspot di Lampedusa direttamente ai centri per il rimpatrio, con i polsi legati e senza la possibilità di contattare un legale per opporsi a tale trattamento.
In questa situazione di costante emergenza, continui allarmi e diritti sospesi, appare tutto normale persino la morte di esseri umani.
Si muore nei naufragi nel Mediterraneo senza che nessuno si preoccupi di prestare soccorso, si muore dopo essere stati respinti in Libia, si muore per difendere i propri diritti come accaduto a Siculiana, si muore nei Cpr, ma non sembra importare, ed è sempre più difficile riuscire a tutelare i diritti fondamentali e la dignità di ciascuno.

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