Grazia Satta dell’associazione PortAmico: “Chiediamo alla Farnesina di attivarsi immediatamente per riportare i due bambini in Italia e riconsegnarli alla loro madre”

di Riccardo Bottazzo – Due bambini italiani prigionieri in Pakistan. Due bambini derubati dei documenti, costretti a vivere nascosti, in casa di parenti ad Islamabad, senza possibilità di tornare in Italia dalla madre. Due bambini italiani che da oltre due anni sono stati privati di qualsiasi assistenza sanitaria e non hanno neppure potuto frequentare una scuola. Non soltanto. I due bambini sono a rischio che il tribunale pakistano dichiari decaduta l’autorità della madre che attualmente si trova in Italia, e li consegni ai fratelli del padre che li ha abbandonati e che li sta usando come merce di scambio.

La drammatica vicenda che stanno vivendo S.S, una bambina di 9 anni, e il suo fratellino di 10, U.S, è stata denunciata dall’associazione PortAmico di Portomaggiore, in Provincia di Ferrara. Non a caso uno dei Comuni italiani con la più alta densità di migranti pakistani del nostro Paese.

A questi due bambini che, voglio sottolinearlo, hanno la cittadinanza italiana e sono quindi italiani, sono stati negati tutti i diritti fondamentali dell’infanzia, senza che nessuna autorità del nostro Paese si sia mossa a loro tutela – spiega Grazia Satta dell’associazione PortAmico -.
Dal gennaio 2018, questi bimbi sono costretti a vivere nascosti in casa dello zio materno a Islamabad, senza assistenza sanitaria, senza l’affetto della madre e senza neppure frequentare la scuola perché sono stati derubati dei documenti. In Pakistan i diritti della donna sono un capitolo tutto da scrivere e una madre da sola, senza la firma di un uomo, non ha nessun diritto, neppure quello di riprendersi i suoi bambini dopo che sono stati abbandonati dal marito. Quello che mi stupisce è che la Farnesina accetti queste regole patriarcali e non faccia nulla per riportare in Italia questi due bambini che, lo ripeto ancora una volta, sono nati in Italia, hanno la cittadinanza italiana, sono italiani ed hanno tutto il diritto di essere tutelati dalla legge italiana”.

Una storia brutta assai che rischia di finire ancora peggio, questa di S.S. e U.S., seriamente a rischio di finire a far da capro espiatorio di vendette trasversali dal sapore tribale. Così come è a rischio di ritorsioni la loro madre, N. P. B, che, proprio per questo, è stata inserita in un percorso di alta protezione in una città dell’Emilia Romagna di cui mi è stato chiesto di non fare il nome per motivi di sicurezza. La sua colpa? Essersi ribellata alle leggi patriarcali, non scritte ma imposte dalla “tradizione”. Leggi che in Pakistan contano come una Costituzione.
La vicenda di NPB è simile a quella di tante donne pakistane. Matrimonio combinato dalla famiglia rispettando i dettami della casta – pur se abolite dalla legge pakistana e contrarie alla fede islamica, le caste in Pakistan continuano ad essere rispettate nella società – e trasferimento in Italia per il ricongiungimento. Ma la sua storia con M.B. 38 anni, italiano di origine pakistana, dura solo il tempo di generare due figli. L’uomo trova una nuova compagna e decide di liberarsi della famiglia precedente e lo fa nel modo, per lui, più semplice che gli evita noiose pratiche burocratiche e, soprattutto, l’assegno di mantenimento. Porta la moglie e i figli in Pakistan, ruba loro soldi e documenti, e li abbandona ad Islamabad. Quindi se ne torna in Europa, in Inghilterra, secondo le ultime notizie, e si sistema con la nuova compagna. Ma N.P.B., stavolta si ribella al costume tradizionale che vede la donna abbandonata tornare in famiglia e chinare la testa accettando supina la volontà del maschio. Approfittando del fatto che la circolazione fra Inghilterra e Pakistan non prevede alcun visto, prova a tornare in Europa con i due bambini per far valere i suoi diritti col tribunale italiano. Ma alla frontiera pakistana non li fanno passare. Manca la firma fondamentale del padre per l’espatrio dei due bimbi. La dichiarazione di una donna abbandonata non vale niente, in quel Paese. Che lei sia la madre non conta nulla. Per N.P.B. comincia una lunga via crucis tra le ambasciate. A quella italiana non la ricevono nemmeno. Il fatto di essere stata sposata con un italiano e di aver trascorso buona parte della sua vita in una regione italiana non conta nulla perché la donna, tenuta dal marito segregata a casa, non ha completato le pratiche burocratiche necessarie ad ottenere la cittadinanza italiana, grazie anche agli ostacoli posti dalla legge Salvini.

Disperata, N.P.B. decide di affidare i due bambini a suo fratello e di venire da sola in Italia per chiedere giustizia e il ricongiungimento familiare. Tornata nella sua casa del comune di residenza, viene accolta con pesante ostilità dalla comunità pakistana ed intercettata dai parenti del marito che vedono il suo comportamento come uno sgarro alla famiglia. Così costretta a scappare in Emilia dove, tramite PortAmico viene accompagnata al centro Donne e Giustizia di Ferrara ed inserita in un programmi di alta protezione. Attualmente, N.P.B. vive nascosta in una città emiliana ma continua a chiedere di poter riabbracciare i suoi bambini. Bambini che sono in pericolo perché l’ex marito ha portato in tribunale un documento con la firma falsificata di N.P.B. in cui è lei che chiede il divorzio allo scoppio di ostacolare la sua richiesta di cittadinanza italiana, ed ha presentato la richiesta di ottenere la custodia dei bambini allo scopo evidente di usarli come merce di scambio e ricattare la donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi.

I figli di N.P.B. vivono nel terrore – conclude Grazia Satta -. Una volta al mese i parenti dell’ex marito incontrano i bambini in presenza di un legale e chiedono loro dove si trovi la loro mamma. Alla risposta dei bambini ‘la mamma è a casa’ i nonni incalzano chiedendo chi ha insegnato loro a dire bugie. Secondo la legge pakistana infatti, qualora si riuscisse a dimostrare che la madre non è in Pakistan, i bambini verrebbero affidati immediatamente alla famiglia paterna. Il fratello di N.P.B. è riuscito, grazie a dei certificati medici, a non portare i bambini alle udienze del tribunale ma i tempi per intervenire sono sempre più stretti. Chiediamo alla Farnesina di attivarsi immediatamente per riportare i due bambini in Italia e riconsegnarli alla loro madre”.

Tratto da Melting Pot

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