di Yasmine Accardo – Il 7 agosto T. viene trasferito al CPR di Palazzo San Gervasio, insieme ad altri cittadini tunisini. L’avvocata Stigliano ci ha chiamati per consigliare alla famiglia un avvocato su loco. È sabato d’agosto, non esiste giorno peggiore per entrare in un posto del genere.

Il fratello di T. che si trova in Italia da molti anni, insieme al padre, si reca il giorno 8 agosto fuori le porte del CPR, chiedendo di poter entrare per incontrarlo; l’accesso gli viene negato senza spiegazioni sulla procedura né tantomeno sulle condizioni del parente. La famiglia è preoccupata, perché come di prassi gli è stato tolto il telefono e non sanno cosa stia succedendo: perché è al CPR e cosa succederà adesso.

Inviamo una pec alle autorità competenti sia per la richiesta di accesso dei parenti, sia per chiedere che venga rispettata la volontà di T. di fare richiesta di protezione internazionale che per pretendere la comunicazione telefonica. Viene data risposta dopo due giorni e non direttamente alla mail pec, ma a quella generica della campagna: viene richiesto il documento di formalizzazione della richiesta di protezione internazionale (?). Quando avrebbe dovuto formalizzare la richiesta di protezione internazionale il sig. T. se a Lampedusa gli è stato detto che avrebbe dovuto farlo in seguito e sulla nave quarantena non ha incontrato l’operatore legale? Perché non è stato sufficiente la rappresentazione della sua volontà, inviata via pec? Perché non gli è stato permesso di formalizzare la richiesta nel CPR?

T. purtroppo fa parte di un gruppo di persone che da Lampedusa alle navi quarantena non ha avuto accesso all’informativa adeguata per la comprensione dei propri diritti in questo paese. In meno di 14 giorni era stata già decisa la sua sorte. Lui non lo sapeva ma il suo rimpatrio era già scritto. Nessun colloquio individuale; nessun ascolto.

Uscito dalla nave quarantena ha firmato sei fogli incomprensibili e poi si è ritrovato a Palazzo San Gervasio. Sulla nave quarantena su cui è stato, nonostante la presenza di un operatore legale, T. ha continuato a non capire quando sarebbe terminato il suo trattenimento e quando avrebbe potuto cominciare a raccontare le ragioni per cui è venuto in Italia.

Perché? Perché per centinaia di persone (molte delle quali hanno vissuto anni di tortura nelle prigioni libiche) la Croce Rossa (in carico sulle navi per la gestione della quarantena) pensa di poter rispondere con il minimo numero di personale, per cui un operatore legale “può certamente” seguire le richieste di 800 persone in 10 giorni, coadiuvato da un numero risicato di mediatori che fanno turni che vanno dalle 18 alle 24 ore di fila. Qualcuno parlerebbe di sfruttamento del lavoro e conseguente trattamento inumano e degradante delle persone a bordo (tutte); ma “siamo in emergenza” è la parola magica che annulla di colpo diritti e doveri e solidifica prassi di abuso di polizia. 

T. fa parte di un gruppo che non riesce ad arrivare alla rete di attivisti ed avvocati che scrivono “nei tempi giusti” per garantire il rispetto delle procedure e del diritto. La chiameremmo sfortuna se non fosse una prassi consolidata, un sistema che va avanti a grandi numeri di abusi, con “concessioni” di spazio di diritto a chi riesce a farne richiesta, quando gli viene “concesso” e quando trova “qualcuno” che possa aiutarlo. Una maglia strettissima dove il più fortunato vince… ”peccato” che la garanzia dei diritti dovrebbe valere per TUTTI e SEMPRE.

T. dunque prima a Lampedusa in hotspot poi sulle navi quarantena subisce una lesione dei suoi diritti fondamentali, reiterata ed odiosa; protesta in entrambi i luoghi, ma la sua voce non trova spazio.

Il fratello non riesce ad incontrarlo e nonostante la possibilità di nominare avvocati di fiducia, T. si ritrova con il solito avvocato di ufficio che gli consiglia di non richiedere protezione internazionale, nonostante fin dal suo arrivo volesse provarci, T. dunque nel CPR non chiede di formalizzare la richiesta di protezione. Non solo, nonostante egli abbia un avocato di fiducia, non lo nomina. Perché?

L’azione degli avvocati d’ufficio nel CPR di Palazzo San Gervasio è utile infatti a recepire la diaria sufficiente che si riceve per ogni presenza in convalida di trattenimento: un guadagno sicuro, senza tanti intoppi, con poco lavoro, senza tante scocciature. Un posto ambito evidentemente, che non lascia spazio a nomine di fiducia. Una marea di azzeccagarbugli che portano la bandiera stracciata del diritto sotto giacche ben stirate e che fanno l’occhiolino alle decisioni inique di polizia e co., per tirare a campare.  

Il CPR di Palazzo San Gervasio è pressoché irraggiungibile non solo perché fisicamente collocato lontano da tutto, ma perché non è dato sapere quale sia la mail di riferimento dell’ente gestore ed il telefono del luogo squilla a vuoto. Non si sa, ad esempio, un recluso come possa farsi inviare dei soldi ed in quale maniera, visto che gli viene tolto il telefono prima ancora di arrivare, o come possa nominare un avvocato di fiducia. Una questione annosa non solo in questo CPR, che più volte abbiamo denunciato (https://www.lasciatecientrare.it/cpr-di-palazzo-san-gervasio-la-campagna-lasciatecientrare-presenta-un-esposto-violato-il-diritto-di-difesa/).

Le regole del centro sono scritte su carta, ma nelle prassi non esistono. “Le case circondariali almeno hanno delle regole precise” – ripete l’avvocatessa Stigliano. 

T. il 12 agosto, dopo una permanenza in CPR di 4 giorni, viene rimpatriato in Tunisia, pur avendo i suoi legami familiari in Italia e senza aver mai potuto formalizzare la richiesta di protezione internazionale né tantomeno aver potuto incontrare il fratello. 

A lui è andata “Meglio” che ad altri che invece sono stati respinti in mare dalla guardia costiera libica, coadiuvata dagli italiani, e portati nelle carceri libiche “ufficiali”. Pare infatti a riguardo vi sia un accordo anche tra Libia e Tunisia per cui basta chiamare l’ambasciata tunisina e puoi così uscire dal carcere libico. Alcuni cominciano già a raccontare di pesanti richieste di denaro da parte dei libici.

La Tunisia è considerato un Paese sicuro, eppure il 25 luglio di quest’anno (pochi giorni fa) il presidente tunisino Kais Saied ha deposto il capo del governo Hichem Mechichi e licenziato i ministri della Difesa e della Giustizia, sospendendo per 30 giorni l’attività del Parlamento ed assumendo il potere esecutivo, appellandosi a “un pericolo imminente” e quindi restando “legittimato” dall’art. 80 della Costituzione tunisina. Non solo, ha imposto un coprifuoco nazionale e il divieto di assembramenti, facendo anche chiudere la sede locale di Al Jazeera e reprimendo qualsiasi forma di protesta con la forza. Un’economia in caduta libera, aggravata dalla pandemia; una situazione sanitaria al collasso. Non meno problematico il continuo attacco agli attivisti, come la condanna a sei mesi di carcere ed al pagamento di un’ammenda, il 15 luglio, dell’attivista Emna Chargui per un post su facebook dove, parlando di pandemia invita a seguire la scienza e non la tradizione.

La situazione di instabilità del paese non interessa evidentemente nessuno e la macchina dei rimpatri ciechi continua a tambur battente