Malgrado le due recentissime sentenze del TAR della Basilicata (la n. 274/2019 e n. 275/2019 dell’11 marzo), con le quali il Tribunale ha voluto ribadire fondamentalmente il principio di irretroattività del D.L. n. 113 del 4.10.2018, convertito nella L. n. 132 dell’1.12.2018 (vedi qui la nota scritta dalla Campagna LasciateCIEntrare), meglio noto come “Decreto Sicurezza”, le Prefetture lucane tornano alla carica con circolari e disposizioni perentorie che prevedono la revoca immediata della misure di accoglienza per tutti i titolari di protezione umanitaria presenti nei CAS. Il riferimento è alla famigerata circolare del Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione (la n. 22146 del 27 dicembre 2018) nella quale si “confermano” le tipologie dei destinatari dell’accoglienza nelle strutture.
Ma, se a Potenza, quantomeno la Prefettura ha inviato una circolare all’unità di direzione “Servizi alla persona – Ufficio servizi sociali” del Comune di Potenza, che, a sua volta, ha indetto una riunione con le cooperative che si occupano del servizio per cercare di capire come gestire questa nuova “emergenza” (vedi qui), a Matera si è proceduto direttamente con le notifiche ai CAS senza neanche cercare di voler tastare la situazione e prevedere una uscita “ragionata” e “graduale” dei migranti dalle strutture di accoglienza.
Ad attirare l’attenzione della Campagna LasciateCIEntrare, è stato il caso di una giovane cittadina nigeriana, dimorante in un centro della provincia di Matera. La giovane, in Italia da lungo tempo (basti pensare che l’esito della sua Commissione Territoriale risale al novembre del 2016), aveva impugnato il diniego della Commissione di Bari presso il Tribunale di Potenza – Sezione prima Civile, che soltanto in data 3 maggio 2019 le comunicava l’accoglimento parziale del ricorso, ottenendo il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari (ex art. 5 D. L. 286/1998). Il Giudice ha motivato la decisione evidenziando la situazione di “vulnerabilità soggettiva”, essendo la giovane nigeriana diventata madre di una bambina nata in Italia (a Matera, ndr) nell’agosto del 2018.
Accade che appena una decina di giorni dopo l’ottenimento della protezione umanitaria, questa ragazza riceve un provvedimento di revoca dell’accoglienza con l’obbligo di lasciare la struttura entro 10 giorni dalla notifica.
L’avvocato Angela Maria Bitonti del Foro di Matera, referente Asgi Basilicata, insieme alla Campagna LasciateCIEntrare, ha deciso di ricorrere nuovamente al TAR contro questo provvedimento palesemente illegittimo.
L’avvocato, nel ricorso depositato al TAR di Basilicata, lamenta in primis la stessa violazione di legge (con riferimento all’art.14 del D.Lgs 142/2015) dei precedenti ricorsi (per i quali ha oltretutto avuto ragione, ndr): ovvero il fatto che la ricorrente avrebbe avuto pieno diritto di accedere allo SPRAR (benché oggi SIPROIMI) poiché la sua domanda di protezione internazionale risale addirittura al periodo “ante-Minniti”. Quindi, in applicazione della già conclamata “irretroattività” del Decreto Sicurezza. Paradossalmente, la giovane mamma avrebbe potuto persino adire nuovamente il Tribunale, chiedendo che le fosse riconosciuta una forma più alta di protezione, avendo almeno 30 giorni dalla notifica dell’accoglimento parziale per poter procedere.
Le altre doglianze del ricorso sono legate all’eccesso di potere per carenza di istruttoria e violazione del contraddittorio, insieme al difetto di motivazione. Questo in ragione del fatto che l’unica motivazione posta a fondamento di tale revoca, da parte della Prefettura di Matera, consisterebbe nel fatto che la giovane cittadina nigeriana risulta essere titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Oltretutto non ancora ritirato in Questura. Il tutto senza alcun riferimento alla sua estrema vulnerabilità, cosi come già riconosciuta dal Tribunale di Potenza.
E invece: è stata messa in strada senza nessuna alternativa con una bambina di appena 1 anno e in stato di gravidanza (al quinto mese, ndr). Senza parlare del fatto che è stata a lungo “ospitata” in una struttura di certo non adeguata ad accogliere casi vulnerabili, quali una giovane mamma con minore.
Ci penserà nuovamente il TAR a garantire e ribadire i diritti delle persone migranti?