29 dicembre 1999

Ricordiamo le sei vittime:
Rabah Arfaoui Ben Hedi,tunisino
Nasreddine Arfaoui Ben Hedi, tunisino
Jamel Brahami Ben Taahr, tunisino
Ramzi Ben Salem Mouldi, tunisino
Lotfi Ben Mohamed Salah, tunisino
Nasim El Herzally Ben Moustafa, tunisino

Il CPTA di Trapani è stato il primo centro di identificazione ed espulsione aperto in Italia, inaugurato nel luglio 1998 nell’ex istituto geriatrico Rosa Serraino Vulpitta. Inizialmente la struttura era condivisa tra gli anziani e gli immigrati in attesa di essere rimpatriati.

L’area detentiva, situata al secondo piano, ha potuto contenere fino a 180 persone, 12-13 per stanza. Gli alloggi si affacciavano su uno stretto corridoio, il ballatoio esterno era una vera e propria gabbia, chiuso da sbarre e cancelli di ferro.

Alla fine del 1999, nel Centro di Trapani era presente anche un gruppo trasferito da Agrigento, dove era stato portato in seguito allo sbarco sulle coste siciliane. Il CPT era sovraffollato, le condizioni igieniche pessime (scabbia, pidocchi), il cibo scarso. Proteste, rivolte, fughe erano frequenti per le condizioni di vita, il trattamento ricevuto e per il timore di essere rispediti al mittente dal porto di Trapani con la nave per la Tunisia. 

Nel dicembre 1999 l’ennesimo tentativo di fuga si trasformò in tragedia. Alcuni detenuti smontarono un termosifone dal muro, passarono da quel buco per poi calarsi nel giardino utilizzando delle lenzuola. Uno di loro cadde fratturandosi un piede. Il gruppo venne bloccato dalle forze di sicurezza e riportato nelle gabbie del secondo piano. La loro cella, con 12 persone, fu sprangata dall’esterno con una barra di ferro e un catenaccio con dei lucchetti. Il gruppo iniziò a protestare, chiedevano libertà.

Uno di loro diede fuoco a un materasso nell’illusione che le guardie avrebbero aperto la cella. 

L’incendio divampò velocemente e non si arrestò. Mentre le guardie non trovavano le chiavi per aprire la cella chiusa dall’esterno le persone furono avvolte dalle fiamme. Rabah e Nasreddine, due fratelli, morirono carbonizzati abbracciati uno all’altro sotto una branda. Stessa sorte per Jamel. Mentre Ramsi, Lotfi e Nasim morirono successivamente all’ospedale Civico di Palermo, a causa delle gravi ustioni riportate.

Nessun colpevole 

Nel gennaio del 2000 fu presentato un esposto alla magistratura per denunciare le condizioni strutturali del CPT, che fu temporaneamente posto sotto sequestro dalla Magistratura. L’allora prefetto di Trapani fu rinviato a giudizio, ma nel 2005 la Corte di Appello di Palermo ne confermò l’assoluzione in primo grado pronunciata l’anno precedente. Assolto da tutti i capi d’accusa contestati: omicidio colposo plurimo, incendio colposo, omissioni di atti d’ufficio, lesioni colpose e omessa cautela.

Nel corso del processo, durato cinque anni, si rimpallarono responsabilità tra Prefetto e forze di polizia, fino a non trovare nessun colpevole. 

Nonostante il centro non fosse a norma, non ci fossero scale e uscite antincendio né un numero sufficiente di estintori, il Prefetto non fu ritenuto penalmente responsabile perché furono le forze di polizia a non riuscire a trovare le chiavi per aprire le porte bloccate dall’esterno causando sei morti. 

Le negligenze e le omissioni rilevate non portarono comunque a ulteriori indagini. 

Nove anni dopo quella tragedia, nel 2008, il Tribunale civile di Palermo (sentenza n. 2976/08) riconobbe una responsabilità dello stato per i danni (patrimoniali e morali) subiti da due sopravvissuti al rogo: L’amministrazione aveva l’obbligo di tutelare l’incolumità delle persone recluse nel CPT. Ma ancora una volta non è stato individuato nessun colpevole.

La morte di Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nassim, il dramma vissuto dalle loro famiglie e dai sopravvissuti sono rimasti impuniti.

Dopo l’incendio del 1999 il Vulpitta è stato chiuso e riaperto più volte, sequestrato dalla magistratura, ristrutturato e il numero dei posti disponibili ridotto a meno di 60. Si susseguirono ancora proteste, fughe, incendi, atti di autolesionismo e di ribellione, fino alla chiusura definitiva nel 2012.