La delegazione era composta da Galadriel Ravelli (Campagna LasciateCIEntrare), Angela Lovat (Ospiti in Arrivo), Bejza Kudic (Insieme con Voi), Leyla Vesnic (Tenda per la Pace e i Diritti), ed è stata ricevuta dalla Dott.ssa Antonina Cardella, direttrice del CARA- ex CIE per l’attuale ente gestore (la cooperativa Minerva), dal dott. Antonino Gulletta – Viceprefetto Vicario, da due rappresentanti dell’Ufficio Immigrazione e da un rappresentante della Digos di Gorizia.

Per comprendere la situazione attuale delle due strutture (CARA ed ex CIE di Gradisca d’Isonzo) è necessario un breve riepilogo sulla situazione dell’accoglienza dei richiedenti asilo in tutta la provincia di Gorizia. Com'è noto, negli ultimi due anni gli arrivi di persone di nazionalità pakistana ed afgana in Friuli Venezia Giulia dalla cosiddetta Balkan Route si sono intensificati (pur essendo un fenomeno già consolidato nel corso degli anni), mettendo in evidenza le gravi carenze strutturali del sistema di accoglienza locale. Per rispondere a questa “emergenza”, negli ultimi due anni la Prefettura ha fatto ricorso a varie soluzioni, alcune di carattere temporaneo (tra queste l’utilizzo di un capannone industriale nella periferia goriziana per l’accoglienza di più di un centinaio di richiedenti asilo nel novembre 2014) e altre di carattere più strutturato (apertura di un CAS con capacità di 150 posti a Gorizia, tentato allargamento del sistema SPRAR in vari Comuni della Provincia).

Questi interventi, spesso tardivi, hanno messo in evidenza la cronica incapacità di avviare un sistema di prima accoglienza istituzionale, rendendo necessario non solo il quotidiano ricorso al volontariato cittadino ma anche l’intervento di una missione di Medici Senza Frontiere, che dal 22 dicembre 2015 è presente a Gorizia e sul cui futuro vi sono molte incertezze.

Il 10 gennaio 2015, a fronte della presenza di circa 40 richiedenti asilo formalmente fuori accoglienza a Gorizia (ma “accolti” grazie all’intervento del volontariato cittadino), l’allora Prefetto Vittorio Zappalorto disponeva la riapertura di un’area dell’ex CIE (chiuso dal Novembre 2013) ai fini di garantire loro un tetto sopra la testa. Da allora l’ex CIE di Gradisca è sempre rimasto in funzione come CARA improvvisato, con un significativo aumento della capienza nel mese di ottobre, quando l’innalzamento delle acque del fiume Isonzo ha reso necessario lo sgombero della cosiddetta “jungle” e ha di fatto aperto le porte della struttura al centinaio di persone che vi vivevano accampate.

Attualmente le strutture ospitano in totale 402 persone, di cui 205 all’ex CIE 197 al CARA. Le persone provengono tutte dall’Afghanistan e dal Pakistan e due dal Bangladesh e sono tutti uomini ad esclusione di una donna anziana proveniente dall’Afghanistan accolta in stanza separata al CARA.

ex CIE

La struttura, la cui capienza originaria era di 248 persone, è quasi al completo. Sono aperte la zona rossa e la zona verde per un totale di 205 presenze. La decisione di utilizzare lo spazio dell’ex CIE per accogliere i richiedenti asilo sembrava – a gennaio 2015 – essere stata frutto di un provvedimento assolutamente emergenziale e temporaneo (l’allora Prefetto Zappalorto, di fronte alle proteste di diversi rappresentanti degli enti locali, la definì una soluzione “temporanea”). A questo si deve probabilmente il fatto che la struttura ha mantenuto, contrariamente ad altri ex CIE utilizzati per finalità simili, le originarie caratteristiche oppressive che ne fanno un luogo assolutamente non idoneo per l’accoglienza. Come la direttrice della struttura ha più volte sottolineato: “le gabbie sono aperte e gli ospiti sono liberi di muoversi tra il CIE e il CARA”.

Le stanze ospitano dalle 8 alle 10 persone e sono dotate di tre bagni e due docce. Paradossalmente, gli spazi appaiono molto meno sovraffollati rispetto alle stanze del CARA, dove spesso vengono aggiunti dei letti per aumentare la capienza. I cortili su cui si affacciano le camerate, circondati dai vetri antisfondamento (eredità del CIE) vengono utilizzati come spazio per stendere i vestiti: mancando gli stendibiancheria (secondo la direttrice, sono gli stessi ospiti a romperli), vengono quindi utilizzati dei sacchetti di plastica legati tra loro e appesi alle sbarre (sempre eredità del CIE).

Durante tutta la visita è stato molto difficile poter avere un contatto diretto con gli ospiti, intimiditi dalla presenza della direttrice e dai vari rappresentanti di Questura e Prefettura, che monitoravano a vista le conversazioni e i movimenti della nostra delegazione. Fortunatamente, alcuni contatti pregressi hanno reso possibile identificare una serie di problematiche riscontrate dagli ospiti (e tendenzialmente minimizzate dalla Direzione).

Gli ospiti alloggiati all’ex CIE hanno lamentato il fatto che il potente ’impianto di illuminazione esterna (in funzione dai tempi del CIE e pertanto pensato per “monitorare” ogni minimo movimento all’interno della struttura) resta in funzione tutta la notte, rendendo difficile il sonno a molti di loro.  La direttrice ha confermato che le luci rimangono accese fino alle 8 di mattina ma ha negato di essere a conoscenza del problema, concludendo che si sarebbe informata della possibilità di far sistemare delle tende (compatibilmente alle norme di sicurezza esistenti).

 

Servizi interni: è presente una stanza destinata all’uso lavanderia, con una sola lavatrice industriale disponibile per i 205 ospiti e un ferro da stiro. I pasti vengono somministrati nella mensa dell’ex CIE. I servizi di assistenza medica, psicologica e orientamento legale sono tutti disponibili negli spazi del CARA, raggiungibili liberamente dagli ospiti. Il campo da calcio (sempre inagibile ai tempi del CIE) è ora liberamente utilizzabile e, stando a quanto affermato dalla Direttrice, accessibile 24 ore su 24.

CARA

Come già illustrato, la situazione delle stanze al CARA è di un evidente sovraffollamento: vi sono almeno 8-9 letti per stanza, in molte i letti aggiuntivi sono stati sistemati alla meglio per aumentare la capacità ricettiva. Contrariamente all’ex CIE, dove le camerate sono decisamente più ampie, nelle stanze del CARA lo spazio è decisamente limitato: i vestiti e gli effetti personali degli ospiti sono sistemati sulle mensole sovrastanti i letti (una mensola per letto) e sul pavimento.

Servizi interni: lavanderia (una lavatrice industriale, un’asciugatrice e un’asse da stiro), mensa.

Anche al CARA  si evidenzia la mancanza di stendibiancheria.

Sono presenti una sala preghiera e una piccola ludoteca in cui si tengono i corsi di lingua italiana ed in cui è presente l’unica televisione funzionante. Nonostante alcune segnalazioni arrivateci nei giorni precedenti alla visita, secondo cui gli ospiti lamenterebbero la mancata possibilità di accedere ad una sala con la televisione, la Direttrice ha sostenuto che raramente questi chiederebbero di guardare la televisione, solitamente ciò avviene solo in concomitanza con qualche evento sportivo.

Postilla: le tre donne nigeriane presenti durante la visita effettuata in data 9 ottobre 2015, non sono più accolte nella struttura. Una delle tre donne è attualmente accolta a Venezia in una struttura SPRAR per persone vulnerabili e di due si sono perse le tracce a seguito del diniego della protezione.

Assistenza legale CARA- ex CIE

Il team è composto da un’avvocatessa e da un’assistente sociale.

Dati in merito al riconoscimento della protezione internazionale e ai tempi di attesa: quasi tutti i richiedenti asilo ricevono la protezione sussidiaria, ultimamente 3 hanno ricevuto la protezione umanitaria, 20 sono stati diniegati (19 pakistani e 1 bengalese). Attualmente sono 84 i richiedenti asilo in attesa dell’audizione e circa 50 non hanno ancora ricevuto la convocazione. I tempi medi di attesa per la commissione calibrati sul primo ingresso in Italia, sono di circa tre mesi (specificano che da marzo i tempi di attesa per l’intervista sono stati di molto ridotti).

Assistenza legale: il personale assicura che i richiedenti asilo ricevono un’adeguata preparazione per l’intervista (cosa parzialmente confermata dai pochi ospiti con cui siamo riuscite a parlare) e che, qualora ricevano un diniego, provvedono a spiegare loro che hanno la possibilità di fare appello e a fornire agli stessi una lista di avvocati iscritti al gratuito patrocinio. Per quanto riguarda le venti persone che hanno ricevuto un diniego, i ricorsi sono già stati depositati e verranno seguiti dall’avvocatessa Dora Zappia (ASGI).

Casi vulnerabili: Per l’individuazione dei casi vulnerabili vengono stilate delle relazioni da personale qualificato (due psicologhe seguono il centro). Attualmente è presente un caso vulnerabile ed è stato segnalato da più di un mese al servizio centrale dello SPRAR: data la carenza di posti in tutto il sistema nazionale, il trasferimento di eventuali casi vulnerabili presso strutture idonee richiede solitamente svariate settimane.

Inserimenti in SPRAR: entro trenta giorni dall’ottenimento del permesso di soggiorno coloro che hanno ricevuto una forma di protezione devono essere spostati in un progetto SPRAR. Se la convocazione non dovesse arrivare in tempo, le persone devono lasciare la struttura. Secondo la Direzione, ad oggi non risultano casi di persone uscite dal CARA-ex CIE senza una collocazione nel sistema di accoglienza.

MSNA: qualora ci sia il dubbio che un richiedente asilo sia minorenne, come da prassi, vengo effettuate le radiografie del polso. La direttrice afferma però che finora non si è mai riscontrata questa necessità poiché non si sono presentati casi di MSNA ma solo di minori accompagnati accolti insieme al nucleo familiare.

Pocket money

All’ingresso in accoglienza vengono consegnate (come da convenzione) tre schede telefoniche dal valore di 5 euro cadauna. Il pocket money viene erogato due volte al mese (ogni 15 giorni), come da convenzione non vengono dati contanti ma il corrispettivo viene diviso tra una scheda telefonica dal valore di 5 euro e una chiavetta da utilizzare nei distributori automatici  presenti sia al CARA che all’ex CIE. Coloro che entrano in accoglienza nell’intervallo tra le due erogazioni del pocket money, attendono di riceverlo fino alla data normalmente prevista. Contrariamente al passato (soprattutto durante la gestione da parte di Connecting People), non abbiamo ricevuto segnalazioni riguardanti la mancata erogazione del pocket money (o la parziale erogazione dello stesso).

La direttrice assicura che, qualora all’uscita dall’accoglienza ci sia del credito residuo nelle chiavette, questo viene liquidato in beni (pur sottolineando che, solitamente, al momento dell’uscita gli ospiti hanno raramente del credito residuo).

Vestiario

Sia a Gradisca che a Gorizia ci è stato segnalato che molti ospiti del CARA/ex CIE non avrebbero a disposizione vestiario e scarpe, tant’è che molto spesso alcuni di essi si recherebbero a Gorizia (distanza di circa 20 minuti in autobus) al locale magazzino di vestiario gestito dai volontari per richiedere ciò di cui hanno bisogno. In merito, la Direttrice ha specificato che agli ospiti viene dato un kit iniziale di vestiario composto da biancheria intima, ciabatte, e “a necessità” ulteriori effetti, facendo riferimento alla convenzione stipulata con la Prefettura di Gorizia.

Assistenza sanitaria

All’ingresso in struttura viene effettuata visita medica. Va sottolineato che a Gorizia (luogo di arrivo della maggioranza degli attuali ospiti delle due strutture), continua a valere la disposizione della Questura per cui per prendere l’appuntamento per la compilazione del C3 è necessario effettuare una visita medica presso la locale sede della Croce Rossa. Questo provvedimento ha in passato creato diversi problemi logistici (essendo la Croce Rossa originariamente aperta solo due volte a settimana e per mezza giornata) ai richiedenti asilo appena arrivati in città ma, stando a quanto dichiarato durante la visita dai vari rappresentanti che ci hanno ricevute, assicura un doppio controllo medico di tutti gli ospiti.

Una volta ottenuta la tessera sanitaria (alcuni ospiti hanno lamentato di essere ancora in attesa dopo aver ricevuto la protezione), gli ospiti vengono indirizzati dal medico di base, a cui precede una comunicazione del medico interno poiché non sempre riescono ad essere accompagnati dal mediatore (sei mediatori attualmente lavorano nel centro). Nel caso di visite specialistiche, la possibilità di mediazione dipende dall’ospedale presso cui si effettua la visita: a Trieste è sempre presente un mediatore, mentre a Gorizia ciò dipende dalla disponibilità di un mediatore esterno. Precedentemente alla nostra visita, ci è stato segnalato che la mancanza di un mediatore durante le visite mediche (medico di base) rappresenta un grave problema e che solitamente l’assistenza medica interna si limita alla somministrazione di antidolorifici.Fino ad ora si sono riscontrati pochi casi di persone che necessitavano di essere seguite dal CSM, ma precedentemente abbiamo ricevuto alcune segnalazioni anonime di un aumento dell’uso di psicofarmaci tra gli ospiti.

 

Trasferimenti

Secondo il Viceprefetto, i trasferimenti ministeriali verso altre sedi extra-regionali (coordinati per tutto il Friuli Venezia Giulia dalla Prefettura di Trieste) dal CARA-ex CIE non sono frequenti

e non interessano richiedenti asilo che hanno già avuto la convocazione per la Commissione territoriale e senza la formalizzazione della richiesta di asilo, ovvero prima del C3. Solitamente avvengono qualora rimangano dei posti liberi rispetto alla quota stabilita, la direttrice in tal senso ha affermato che i richiedenti asilo vengono informati in merito al trasferimento e che vi accedono su base volontaria.

Questo quadro non sembra corrispondere alla prassi dei trasferimenti “coatti” effettuati nella vicina Gorizia, dove più volte i volontari impegnati nella prima assistenza ai richiedenti asilo hanno denunciato lo scarso preavviso dei trasferimenti, la mancata trasparenza con cui vengono organizzati (solitamente ai richiedenti asilo non viene comunicata la destinazione) e le modalità con cui questi vengono effettuati (spesso si assiste a vere e proprie “caccie all’uomo” in tutto il centro cittadino per poter riempire i pullman). In alcuni casi infine, persone già presenti sul territorio goriziano da mesi, sistemate nel CAS “Nazareno”, che hanno avuto modo di iniziare un percorso di integrazione in città, sono state trasferite improvvisamente senza comprenderne la ragione.

 

Convenzione

La convenzione con l’ente gestore “Minerva” (subentrato lo scorso luglio a Connecting Peole), scaduta a marzo 2016, è stata prolungata fino a  fine luglio. La Prefettura di Gorizia ha indetto un bando con scadenza 13 maggio per l’aggiudicazione della gestione del CARA/CDA con capienza prevista di 202 posti (qui di seguito: http://www.prefettura.it/Gorizia/news/589636.htm#News_57945) per la durata di un anno.

Al momento, le sorti degli spazi dell’ex CIE risultano incerte. Il Viceprefetto, nel corso dell’ultima parte della visita, ha affermato che per ora non vi sono direttive dal Ministero dell’Interno sulla destinazione ultima della struttura, per tanto è altamente possibile che a luglio, nella fase di passaggio consegne dall’attuale ente gestore all’ente vincitore del bando per la gestione del solo CARA, verrà scritto un capitolo aggiuntivo alla convenzione per poter regolamentare l’utilizzo dell’ex CIE come struttura di accoglienza. Trattandosi di una questione legata alla possibilità di aumentare la capacità del sistema SPRAR sul territorio (ostacolata dalle resistenze di diversi Sindaci), all’attuale situazione della Balkan Route e all’atteggiamento della vicina Austria (da cui arrivano quotidianamente, soprattutto a Udine, i richiedenti asilo che temono una deportazione), è facilmente intuibile quale sarà il destino prossimo dell’ex CIE, che con ogni probabilità continuerà a funzionare come CARA.

Il Viceprefetto, interpellato in merito alla possibilità di smantellare le gabbie e tutto l’apparato detentivo che rende il CIE una struttura assolutamente non idonea all’accoglienza, questi ha risposto che finora la questione non è stata presa in considerazione.

Conclusioni

Come specificato nella sezione “ex-CIE”, a causa della presenza costante della direttrice e dai vari rappresentanti di Questura e Prefettura, non è stato possibile intervistare in modo approfondito gli ospiti. I contatti pregressi con le diverse anime del volontariato che a Gorizia e Gradisca seguono quotidianamente la situazione dei richiedenti asilo hanno tuttavia permesso di poter individuare le problematiche esistenti. La quasi totalità degli ospiti del CARA/ex CIE arriva infatti prima a Gorizia, dove entra in contatto col circuito (più o meno informale) della prima accoglienza e da cui, in un secondo tempo ed a seconda delle capacità ricettive, vengono destinati alle varie strutture. Grazie al circuito del volontariato è possibile constatare la durata dei tempi di permanenza nella struttura (solitamente compresi tra i 6 e gli 8 mesi). In generale, le persone con cui abbiamo parlato dimorano nel centro da 6-8 mesi, alcuni non hanno ancora avuto l’intervista, altri non hanno ricevuto l’esito (interviste fatte i primi di marzo).

In generale, dai contatti con gli ospiti, è emerso un diffuso senso di apatia e noia. Come già successo nelle visite precedenti, in molti si trovavano ancora a letto anche in tarda mattinata (incontriamo all’uscita e nei dintorni del centro alcuni ospiti che camminano). Sia la Direzione che alcuni esponenti del mondo del volontariato gradiscano ci confermano che la partecipazione e l’adesione ad una serie di progetti pensati per gli ospiti del CARA (orti sociali, corsi di italiano, conversazioni in inglese con la cittadinanza) sono molto basse. Con l’arrivo della bella stagione si intensifica l’utilizzo degli accampamenti sull’Isonzo in cui, durante il giorno, gli ospiti si trovano a cucinare e a svagarsi. L’esistenza di questi accampamenti (utilizzati solo durante il giorno) è stata e continua ad essere motivo di preoccupazione data la pericolosità della vicinanza al fiume e la tragedia che l’anno scorso colpì un richiedente asilo nella vicina Gorizia, annegato proprio nello stesso fiume. È tuttavia innegabile il fatto che questi accampamenti rappresentino un luogo di evidente “riappropriazione” di uno spazio di vera aggregazione da parte dei richiedenti asilo, che possono svolgervi alcune attività ovviamente non consentite all’interno del centro (tra cui, ovviamente, cucinare i propri pasti).

In questi mesi, il volontariato gradiscano, fortemente supportato dal Comune, si è fatto promotore di diverse iniziative di coinvolgimento ed incontro con gli ospiti del CARA. È tuttavia evidente che qualsiasi attività risente della grandezza dei numeri (avviare progetti che coinvolgano tutti i 400 ospiti appare quanto mai difficile per l’amministrazione di un piccolo Comune) e degli evidenti limiti legati alla struttura in sé. È infatti difficile credere alla possibilità di avviare un “vero” processo di integrazione se 400 persone vivono “trincerate” dietro ad un muro alto che, nel confuso immaginario della maggior parte della popolazione locale, è ancora quello di un CIE, luogo dai più percepito come prigione per “criminali”.

Al termine della nostra visita, il Vice Prefetto ha lamentato la lentezza e gli ostacoli legati all’allargamento del sistema SPRAR dovuti a suo dire dalla poca collaborazione e sensibilità delle amministrazioni locali sul tema, ribadendo che al momento l’utilizzo del “CARA allargato” è l’unico provvedimento in grado di prevenire il riproporsi del fenomeno dei richiedenti asilo in strada.

La scelta di continuare ad affidarsi a questa “soluzione temporanea” appare tuttavia controproducente in tal senso, non solo perché dannosa per gli stessi richiedenti asilo (205 persone costrette a vivere in una prigione con le porte aperte non sembra una soluzione “accogliente”) ma perché continua ad alimentare il circuito di ostilità e diffidenza che è alla base della mancata collaborazione da parte dei Sindaci.

Le problematiche fisiologiche del CARA sono note e restano (salvo qualche vago miglioramento) le stesse. Da un anno e mezzo a questa parte si è aggiunta la vergogna di un CIE convertito a CARA, cui auspichiamo venga posta fine quanto prima.

 

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