La Campagna LasciateCIEntrare nel centro potentino: “un lager di stato”. Nonostante le numerose denunce, non si arrestano le deportazioni, la violazione dei diritti e le violenze ingiustificate della Polizia. I referenti: “Nuovo nome, vecchi abusi”. La relazione

 

In data 28 Marzo la Campagna LasciateCIEntrare ed Osservatorio Migranti Basilicata, assieme all’Europarlamentare Eleonora Forenza, ha effettuato l’ingresso al C.P.R. di Palazzo San Gervasio.

Nel centro, gestito dalla società Engels SRL Italia, si trovano attualmente 82 persone, prevalentemente di nazionalità tunisina; ma vi sono anche nigeriani, marocchini, un egiziano, uno srilankese, un curdo-siriano, un ghanese, un guineano, alcuni bengalesi e pakistani.

Al nostro ingresso vediamo alcuni tunisini scortati da due poliziotti in quelli che sono i container dedicati ai colloqui con gli avvocati. Il detenuto che vediamo è accompagnato da due poliziotti, uno dei quali porta il manganello fuori dal fodero ed impugnato “al contrario”. Gli accompagnamenti successivi mostrano che si tratta di una modalità comune: ci viene infatti riferito dallo stesso avvocato in quel momento presente che i suoi assistiti sono fortemente intimiditi dalle modalità delle forze dell’ordine. Inoltre, l’avvocato ha difficoltà a parlare con il suo assistito che non conosce altra lingua che l’arabo. Si sottolinea che durante i colloqui la porta della stanza viene rigorosamente tenuta aperta.

43 dei tunisini presenti all’interno del CPR provengono dall’Hotspot di Lampedusa ed hanno tutti fatto domanda d’asilo. Gli altri sono nel Centro per scadenza del loro titolo di soggiorno o per identificazione in seguito ad un periodo di detenzione.

Tutti i cittadini tunisini incontrati provenivano dall’Hotspot di Lampedusa dove vi sono rimasti per una media di 66 giorni e dove hanno richiesto asilo. Ci raccontano che la formalizzazione della richiesta è stata fatta solo una volta arrivati al Cpr. Alcuni hanno dichiarato: “ho chiesto asilo il 2 febbraio e me l’hanno accettato qui il 15 marzo o non ancora ho compilato il C3”. Si ritiene quantomeno anomalo se non del tutto illegittimo che dopo un trattenimento a Lampedusa di oltre 65 giorni e l’arrivo nel CPR non tutti siano ancora riusciti a formalizzare richiesta di asilo.

Rimarcano tutti le pessime condizioni dell’hotspot di Lampedusa e della loro detenzione de facto all’interno del centro.  

In particolare dicono “dopo aver chiesto asilo e prima di trasferirci ci è stato chiesto di firmare un foglio per accettare il trasferimento in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, non sapevamo cosa c’era scritto né che saremmo stati condotti in un C.P.R.. Il mediatore a Lampedusa non ci ha mai fornito informazioni corrette o non ci ha tradotto i documenti a noi presentati”. Inoltre ci raccontano di aver visto il giudice per la convalida dopo circa 3 o 4 giorni dall’arrivo, contravvenendo quindi la normativa vigente che stabilisce che le convalide di trattenimento vengano fatte entro del 48 ore dall’arrivo. Le innumerevoli difficoltà di accesso del loro avvocato nominato ha fatto sì che in fase di convalida non fosse presente durante le udienze, contravvenendo anche in questo caso alle norme relative al diritto di difesa. Il venerdì 23 marzo alcuni trattenuti sono stati portati in serata, secondo quanto riferito dai cittadini tunisini ed alle 15 secondo quanto riportato sulle convalide (sarebbe da chiarire questa discrepanza attraverso i registri), al tribunale di Potenza, dove pare gli sia stato chiesto qualcosa sui fatti di Lampedusa e sui motivi che li hanno portati in Italia, dopodiché gli hanno chiesto di firmare un verbale; alla loro richiesta di traduzione non hanno dato documento tradotto e li hanno minacciati per spingerli alla firma: alcuni hanno firmato, altri pare di no. il mediatore avrebbe detto che dovevano firmare per forza e avrebbe detto contestualmente che “il loro avvocato non è proprio un avvocato”.

Uno di loro riferisce che dall’arrivo non è mai riuscito a parlare con i familiari ed anche qui al C.P.R., nonostante le ripetute richieste, non è ancora riuscito a chiamarli. Sono dunque tre mesi che non ha alcun contatto con il suo Paese: una situazione che lo ha fortemente provato e che lo ha spinto a chiedere dei calmanti per poter dormire. Non è l’unico a dover far uso dei calmanti: alcuni altri infatti presentano uno stato fortemente alterato dall’uso evidentemente eccessivo di queste sostanze. Dopo aver chiesto a più riprese di poter visionare i registri di carico/scarico farmaci e di ricevere informazioni dettagliati sull’eventuale uso di sostanze psicotrope, ci è stato riferito che non era possibile perché il medico non era presente al momento della visita (sono le ore 17). Dell’orario di presenza del medico non riusciamo ad avere informazioni precise né un dettaglio dei turni orario. Ci viene riferito che va via alle 17:00. La nostra delegazione è giunta alle 16:30 e già evidentemente non era più in struttura. Al suo posto vi è un infermiere, che non abbiamo però incontrato, nonostante più sollecitazioni a voler parlare con un referente dell’assistenza medica.

Tra i cittadini reclusi vi è un tunisino proveniente dall’hotspot di Lampedusa che presenta una tumefazione alla mano sinistra ed una “fasciatura” da lui improvvisata con l’uso di un maglietta: ci riferisce che lunedì 26 marzo, in seguito ad urla ad alta voce pronunciando Hurria (libertà) in risposta a delle voci che provenivano da un presidio esterno, sono stati immediatamente costretti nelle stanze e manganellati a casaccio dai poliziotti presenti nel Centro.

Nella fuga uno uomo sarebbe caduto e, secondo quanto riferitoci dalla responsabile, si è ferito a seguito della caduta e nessuno dei poliziotti ha alzato le mani contro di lui. Tutti i detenuti presenti smentiscono quanto viene riferito dalla responsabile e sono pronti a testimoniare. Tutti i detenuti hanno confermato la versione secondo cui i poliziotti sono entrati nelle stanze picchiando a casaccio i presenti. La responsabile non ha voluto mostrarci la lista della polizia di turno presente in quella data, chiarendo che non poteva farlo in presenza dei tunisini che potevano capire cosa stavamo dicendo. Si fa presente che era con noi un mediatore di nazionalità tunisina, indispensabile per poter parlare con i detenuti di quasi esclusiva lingua araba.

La struttura è costituita da gabbie non coperte nella zona tetto, alte circa 3 metro e mezzo. Le pareti sono lisce ed in materiale antiurto su cui è particolarmente difficile arrampicarsi.

In ogni caso il detenuto ha ricevuto, in seguito a visita medica, una pomata ma nessun antidolorifico: non sarebbe stata fatta alcuna radiografia, benché lo stesso lamenti di aver continuo dolore.

Dopo segnalazione all’avvocato Bitonti – che ringraziamo- la stessa ha sollecitato in data odierna una radiografia per il suo assistito ed è stata disposta una rx.

Della difficoltà di accesso ad assistenza sanitaria adeguata oltre che a quella legale riferiscono tutte le persone intervistate.

Tra i cittadini, vi è anche un cittadino tunisino con disabilità unilaterale destra, che ha con sé copia del tesserino di esenzione per prendere trasporti pubblici ed accedere ai servici sociali in Tunisia.

Nel centro è detenuto un trentenne, la cui compagna residente a Milano ed in stato di gravidanza ha fatto richiesta di poter sposare il padre del bambino in arrivo al più presto, per poter affrontare la gravidanza con maggiore serenità e garantire che il padre del piccolo le sia accanto.

In uno dei blocchi è presente un cittadino nigeriniano fortemente vulnerabile che andrebbe seguito in maniera adeguata e non certo in un C.P.R.. Alla richiesta di presenza di protocolli con strutture esperte in vittime di tortura o presenza di psicologi, ancora una volta le informazioni ricevute sono state sommarie e poco chiare; la responsabile del centro ha rimandato nuovamente ad una richiesta di accesso agli atti.

All’interno del CPR vi è un cittadino curdo-siriano con lo status di rifugiato ottenuto in Germania, che si trova nel Centro per non ben chiari motivi rispetto ad indagini nei suoi riguardi. Non esiste formale condanna, a quanto da lui riferitoci, per la quale dovrebbe eventualmente ritrovarsi in un carcere e non in un CPR, né ci sono stati forniti elementi utili a comprendere la sua presenza nel CPR.  Ribadiamo ancora una volta che il CPR è un centro di detenzione amministrativa e non un Centro dove vengono rinchiusi autori di crimini, né, tanto meno, persone eventualmente indagate.

Un cittadino srilankese con cui è difficile comunicare, perché non conosce l’italiano e parla poco inglese, presenta notifica della polizia italiana da cui si evince che dovrebbe essere stato dublinato in Francia nel mese di Febbraio, ma è stato invece condotto al CPR di Palazzo San Gervasio. Egli stesso mostra la notifica chiedendo spiegazioni perché non ha evidentemente compreso, per assenza di mediazione e traduzione nella lingua a lui nota al momento della notifica, quanto ordinato, sia rispetto al rientro in Francia per regolarizzare la sua posizione che al motivo per cui si trova al CPR. Riteniamo indispensabile che questa persona abbia accesso a mediazione adeguata per poter comprendere la sua situazione e lo stato dei suoi diritti.

L’assenza di mediatori di lingua bangla risulta critica anche per alcuni cittadini bengalesi ivi presenti, che non comprendono l’urdu, la lingua parlata dal mediatore presente al momento della visita.

Ci preme riportare che nel CPR è presente un cittadino pakistano, che vi si trova detenuto dopo aver scontato pare 12 anni di carcere per omicidio (non abbiamo avuto modo di verificare alcuna documentazione) e che è in evidente stato di confusione ed avrebbe necessità di assistenza di tipo differente vista la sua situazione di vulnerabilità psichica.

Vi sono inoltre alcuni ex richiedenti asilo che dopo il diniego dell’ultimo grado di giudizio sono stati portati direttamente nel CPR, almeno a quanto riferitoci. In questi casi i trasferimenti sarebbero avvenuti direttamente dal CARA di Bari e gli stessi ci comunicano di non aver compreso dove sarebbero stati portati. Sono cittadini nigeriani, ghanesi e guineani. In questo caso nessuno di loro è  stato sufficientemente edotto relativamente al significato del loro iter giuridico né hanno ricevuto corretta informazione ad esempio relativamente alla possibilità di rimpatrio assistito, previsto dalla normativa e che rientra nelle possibilità di libertà di scelta della persona, che, informata in tempo ed adeguatamente,  avrebbe potuto scegliere quanto meno un rientro non coatto o altre vie, come ad esempio la reiterazione di domanda d’asilo.

Va evidenziato che tutti i cittadini tunisini provenienti da Lampedusa son stati accusati dell’incendio all’hotspot di Lampedusa dell’8 marzo, senza che vi fosse mai stata un’istruttoria, come si evince dalle convalide in loro possesso. Per l’incendio sono stati arrestati 4 tunisini, di cui solo uno è rimasto nel carcere di Agrigento, poiché ritenuto colpevole dei fatti accaduti, mentre gli altri sono stati rilasciati in data 17 marzo 2018.

Nello specifico, nei provvedimenti di trattenimento dei cittadini tunisini emessi dal Questore di Agrigento, adottato ai sensi dell’art. 6 comma 2 lett. C del Dlgs n.142/2015, si evidenzia il motivo dell’invio al CPR: “ il cittadino straniero costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, in quanto lo stesso, nella giornata dell’8 marzo, unitamente ad altri connazionali inscenava una vibrata protesta all’interno dell’hotspot di Lampedusa, che culminava con l’incendio di alcuni locali posti al primo piano di un padiglione, poneva comportamenti diretti ad impedire il soccorso degli ospiti rimasti nelle stanze del piano terra del fabbricato, nonché bloccava insieme ad altri connazionali l’accesso all’interno dell’area interessata dall’incendio delle autopompe dei vigili del fuoco impedendone l’intervento per oltre 10 minuti, bloccando finanche l’evacuazione del personale civile in servizio nella struttura stessa, creando con il suo comportamento una turbativa concreta per l’ordine e la sicurezza pubblica all’interno del centro”.

Tale accusa è presente in tutti i provvedimenti ed è uguale per tutti i cittadini tunisini presenti nell’hotspot, che in convalida hanno negato di aver preso parte ai fatti dell’8 marzo descritti dal provvedimento del questore. Nonostante le loro dichiarazioni, date anche durante la raccolta di interviste nella visita odierna, il Giudice del tribunale di Potenza  ha ritenuto di convalidare i trattenimenti presso il CPR di Palazzo San Gervasio, diversamente da quanto fatto dal Giudice di Torino che scrive: “la motivazione posta a fondamento della ritenuta pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica si risolve in una descrizione dei fatti generica, per altro riferita ad un grande  numero di richiedenti asilo priva di qualsiasi riferimento della posizione del singolo, come invece impone l’art. 6 co. 2 D L.vo 142/2015, che prevede una valutazione caso per caso”. Questa valutazione non è stata evidentemente effettuata, eppure tutti i tunisini ora trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio, continuano ad essere ritenuti “pericolosi”, in dispregio alle leggi precedentemente citate. Per questo motivo l’avvocato nominato ha presentato riesame delle convalide di trattenimento.

Esprimiamo forte preoccupazione relativamente alla facilità con cui viene dichiarata pericolosa una persona per il solo motivo di trovarsi in un luogo, senza che venga ascoltata la versione del singolo o ricostruita una dinamica degli accadimenti.  Consideriamo inoltre che gli eventi sono accaduti nell’hotspot di Lampedusa in cui le persone si trovavano trattenute da oltre 65 giorni, pur dovendovi restare un massimo di 72 ore, in condizioni di vita disumane e degradanti, come si evince dalle foto a più riprese pubblicate e dai loro racconti

Inoltre, rileviamo che i tempi di liberazione in caso di regime penale sono stati rapidissimi, a differenza di quanto sta accadendo al CPR di Palazzo San Gervasio, in cui il giudice decidendo di convalidare il trattenimento sta costringendo le persone ad un’ulteriore privazione della libertà, che sta fortemente provando i richiedenti asilo tunisini.

Quanto sta accadendo ai tunisini trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio è di enorme gravità e auspichiamo che i riesami siano celeri e sottraggano le persone da quest’ingiusta e prolungata detenzione.

Infine si fa presente che molte delle lamentele riguardavano l’impossibilità di spegnere la luce durante la notte, non essendovi predisposta possibilità di spegnimento per ogni stanza di detenzione.

Alla luce di quanto riscontrato, abbiamo prontamente inviato richiesta alle autorità competenti affinchè vengano attuate tutte le misure necessarie a favorire la liberazione dei tunisini provenienti dall’hotspot di Lampedusa illegittimamente ivi trattenuti.

E’ quanto mai urgente che venga tutelato il diritto alla difesa e disposte tutte le misure utili ad un colloquio tranquillo con il proprio avvocato e che venga a tutti data la possibilità di contattare i propri familiari.

E’ fondamentale che venga messa a disposizione una figura di mediatore adeguata all’avvocato durante i colloqui o che possano disporre di proprio mediatore di fiducia, non limitandone l’accesso. E’ necessaria adeguata mediazione per tutti i cittadini ivi detenuti e che vengano tutelate le persone che hanno subito violenza da parte delle forze dell’ordine del Centro.

Si ringrazia l’On. Eleonora Forenza per la presa in carico delle segnalazioni e per la disponibilità mostrata. A lei esprimiamo la nostra solidarietà per gli ignobili attacchi del Sindacato di Polizia. Ringraziamo, inoltre, l’Avv. Angela Bitonti per l’instancabile lavoro di tutela dei diritti dei cittadini reclusi.

 
primi sui motori con e-max

Ricevi le nostre ultime notizie