In riferimento all’ultima puntata di Report andata in onda ieri, 20.11.2017, su Rai3 dal titolo “un mare di ipocrisia”, la Campagna LasciateCIEntrareCampagna Nazionale contro la detenzione amministrativa dei migranti  e la malaccoglienza - esprime forte perplessità sullo schema narrativo adottato dal programma intriso di allusioni, ammiccamenti e accuse nei confronti delle ong che effettuano salvataggi in mare.

Una narrazione parziale e ambigua, infarcita di luoghi comuni che non scava affatto a fondo nella questione, lanciando ombre sulle ONG senza argomentare se non con vaghi riferimenti a riprese e spezzoni di interviste.  

Il programma non è riuscito a dare informazioni precise e complete e l’unico risultato prodotto è lo screditamento verso chi salva esseri umani, senza nessuno scopo di lucro. 

Non è difficile comprendere il motivo di un attacco nato strumentalmente da qualche mese e diretto alle organizzazioni che salvano vite e in assenza delle quali ci solo sarebbero ulteriori morti in mare che vanno ad aggiungersi a quelle tra deserto e centri di detenzione. Siamo convinti che in clima pre-elettorale esagerbato come questo, vi sia la necessità di un servizio pubblico che non fomenti complottismo e odio razziale ma spinga, attraverso un’equilibrata narrazione dei fatti, ad una seria riflessione sul tema. 

Contestiamo a livello politico le scelte concordate e avviate sia dall’Unione Europea che dal Governo Italiano nel merito del contesto libico. 

Dopo aver chiuso il confine greco/turco tramite l’acquisto di diritti umani pagati a Erdogan e aver creato una prigione a cielo aperto per circa 60mila esseri umani in Turchia, adesso siamo passati alla trattativa con un non-governo libico, senza nessuna “clausola” sulla salvaguardia dei diritti, ben conoscendo lo stato delle prigioni e centri di detenzioni libici governativi e quelli in mano delle milizie e dei trafficanti.

Le morti in mare non sono cessate, sono senza dubbio diminuiti gli sbarchi, e proprio per questo la campagna LasciateCIEntare ha pubblicato in agosto la lettera aperta #NOIVIACCUSIAMO indirizzata al Primo Ministro Gentiloni, al Minsitro dell’Intrerno Minniti e al Ministro degli Esteri Alfano.

Le morti nel Mediterraneo così come le atrocità e le torture che avvengono in Libia sono da addebitare politicamente anche a loro.

Delegazione della campagna LasciateCIEntrare composta dall’onorevole Giulio Marcon capogruppo di Sinistra Italiana - Possibile alla Camera dei Deputati, Riccardo Bottazzo - giornalista, Yasmine Accardo - Associazioni Garibaldi 101 , Stefano Bleggi - Melting Pot Europa e Mattia Orlando, segretario regionale Sinistra italiana

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell'Altovicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l'ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell'ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso.[2]

L'accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un'attesa di due ore, intervallate dall'arrivo della responsabile del personale (dopo un'ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l'accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che "è vietato dalla legge" e che tempo fa, in un'altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l'incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l'inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall'agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall'Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C'è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l'assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l'altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l'italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l'assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L'assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c'è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l'ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all'ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l'assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l'operatore (che magari non c'è), questi la responsabile del personale, e questa l'infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano "per una questione di integrazione", dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti [...] [3])

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e "molte ragazze non passano più per di qua la sera". "All'inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco...

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent'anni nel settore dell'occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro "conoscenze" sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di "volontariato" spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, "dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo".

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.

Tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco: queste le accuse nei confronti di Carmine della Gatta, uno dei soci del centro di accoglienza “La Vela” di Gricignano di Aversa che ha sparato al 19enne Bobb Alagie. Attraverso testimonianze inedite e un report esclusivo, la Campagna LasciateCIEntrare fa chiarezza circa la situazione del centro e ripercorre i tragici fatti della notte tra il 10 e l’11 novembre

IL REPORT

Il CAS di Gricignano è gestito dall’ATI "La Vela". Ci sono in questo luogo due palazzine: in una sono presenti 160 persone e nell’altra 50. Alagie vive in una camera della palazzina dove sono presenti 160 richiedenti asilo. Le testimonianze raccolte in questi giorni ci chiariscono della situazione nel centro.

Tutti i richiedenti asilo con i quali abbiamo a lungo parlato ci raccontano che il centro era sovraffollato. Nel tempo ogni giorno arrivavano sempre più persone costringendo i ragazzi nelle camere ad accogliere quotidianamente i nuovi arrivati e quindi ad una situazione di sovraffollamento. Ci sono tre operatori, alcuni diranno otto, ma in struttura sono presenti sempre 3 operatori ed un unico mediatore di origine afghane. Va in particolare sottolineato che i cittadini bengalesi con i quali abbiamo parlato non riescono mai a farsi seguire adeguatamente dagli operatori e dal personale della struttura. Lamentano diverse inadempienze, in primis la mancanza di adeguata assistenza sanitaria ed il non accoglimento delle loro richieste di cura. E’ una problematica che riguarda però non solo i bengalesi ma tutti gli ospiti tra i quali lo stesso Alagie Bobb, come vedremo in seguito. Nel centro le nazionalità presenti sono varie, maliani, gambiani, guineaini, pakistani,afghani, bengalesi, ed altri.  La mancanza di mediatori che coprano le loro richieste è sentita da tutti. L’abbandono in cui si sentono è denunciato da tutti. I presenti lamentano delle pessime condizioni del cibo in particolare, spesso avariato ed immangiabile. A volte ci dicono c’erano addirittura i vermi dentro. Queste sono le testimonianze raccolte.

Sono davvero pochi quelli che parlano italiano, ed alcuni si trovano al centro da almeno due anni in attesa degli esiti del ricorso e degli appelli. E’ quasi inutile sottolineare che nessuno ha avuto una preparazione per la Commissione, nessuno sapeva per bene cosa fosse la Commissione prima di esserci andato. Gli ospiti devono appunto talvolta provvedere da soli a cucinare, acquistando spesso da soli il cibo con i soldi del pocket money, che a volte tarda ad arrivare, aspettano a volte anche tre mesi. Molti degli ospiti del centro ci hanno mostrato foto delle stanze, non ci sono armadi nei quali riporre le loro cose ed alcuni hanno sopra i propri letti di tutto: magliette, pantaloni, asciugamani, persino le scarpe.

Molti di quelli che lavorano da più tempo in zona trovano lavoro nei diversi settori dall’agricoltura all’edilizia. Ci parlano di sfruttamento e della privazione di qualsiasi tutela.

Gli ospiti del centro hanno un’unica insegnante di italiano che deve coprire le esigenze di 210 persone. Ed il risultato è evidente. Chi era analfabeta lo è rimasto, chi non parlava italiano ancora non lo parla. Nonostante l’appalto consideri la necessità che le persone debbano avere 6 ore di corso a testa questo comunque non avviene sempre e con regolarità. Considerato appunto di un’unica insegnante di italiano per 210 persone.

In questo quadro di accoglienza in cui non si tiene in alcun conto della storia dei singoli inseriamo quanto accaduto a Bobb Alagie. E’ opportuno sottolineare che la responsabile del centro, di cui non scriviamo qui il nome, era la responsabile di una struttura mista per minori che ha funzionato così male da determinarne la chiusura. Il racconto che ci ha fornito una delle persone collegate al centro per minori ci racconta che il centro fu chiuso perché una delle ragazzine accolte, dell’età di 14 anni fosse rimasta incinta. Pare che di notte alcune persone entrassero nel centro, senza nessun controllo e che le minori non ricevessero nessuna tutela. Motivo appunto per il quale fu chiuso. Era un centro per ragazze minori non accompagnati italiani e di altra nazionalità. In tal senso, la Campagna sta effettuando ricerche più specifiche. Chiaramente aprire al posto di un centro per minori un CAS significa meno controlli, più convenienza. Soprattutto nessuna attenzione alle dovute competenze di chi deve gestire un centro di accoglienza.

Alagie Bobb viene colpito con arma da fuoco da Carmine Della Gatta, che è un socio dell’ATI “La Vela”. In seguito a questo episodio questa estrometterà l’associazione a lui referente. L’ATI La Vela gestisce e controlla altri centri di accoglienza tra Acerra e Benevento nei quali come Campagna LasciateCIEntrare abbiamo evidenziato carenze di assistenza nel passato. In particolare nel centro di Telese, dove i servizi all’accoglienza si sono dimostrati sempre molto scarsi, in particolare riguardo l’assistenza sanitaria. A Telese infatti gli attivisti della campagna hanno dovuto più di una volta accompagnare i richiedenti asilo in ospedale, perché del tutto trascurati nell’assistenza, come denunciammo con un report specifico. Perché Alagie ha incendiato le sue coperte.

Circa 5 mesi fa il giovane gambiano trova lavoro presso persone di Gricignano. Alcuni riferiscono in campo agricolo alcuni nel settore dell’edilizia. Alagie si reca a lavorare dal mattino molto presto fino alle 3 del pomeriggio. Quel giorno però alle ore 12.00 Alagie è esausto e chiede di finire di lavorare e di essere pagato. I suoi datori non sono d’accordo, non vogliono farlo. Alagie protesta ed inizia una colluttazione durante la quale viene colpito violentemente alla testa con una bottiglia di vetro. Secondo quanto ci viene raccontato Alagie si sarebbe recato immediatamente alla polizia per denunciare l’aggressione, ma secondo quanto descritto gli sarebbe stato risposto che non avrebbero potuto fare nulla e di rivolgersi direttamente ai suoi datori di lavoro. Alagie è arrabbiato, torna dai suoi datori di lavoro, e comincia a scagliare pietre ai vetri delle finestre. Dopodichè torna al centro di accoglienza.

Arrivato al CAS chiederà alla sua responsabile di essere curato. Tutte le testimonianze raccolte ci dicono che fin dall’inizio di questa vicenda Alagi nonè stato adeguatamente curato.

Si è continuamente lamentato e ha chiesto più volte assistenza, mentre la sua condizione fisica e psicologica peggiora nei mesi. In particolare lamenterà un dolore al braccio destro ed un fortissimo dolore alla testa. Altre delle persone ascoltate ci diranno che Alagi ad un certo punto non riuscirà neanche più a parlare, a comunicare con l’esterno. E’ depresso, è arrabbiato, è cambiato. Non sorride più ed alcuni raccontano che Alagi era una persona molto allegra, faceva anche spesso scherzi agli amici.

La responsabile della struttura appenderà un giorno un foglio vicino all’ufficio del centro di accoglienza, sul quale è spigata la possibilità di un rimpatrio assistito e nel caso si accetti alle persone verranno date 500 euro. Alagie è stanco di non ricevere cure, di andare continuamente a protestare per la mancanza di cure dalla responsabile senza ottenere risultati e decide di tornare a casa. Chiede a più riprese di essere rimpatriato. I racconti che ci vengono forniti evidenziano che la responsabile del centro fece prelevare i documenti di Alagie, dicendogli che cos’ si sarebbe avviata la partica di rimpatrio assistito. Alagi non vede succedere né cambiare nulla. E’ passata un’altra settimana, l’ennesima. Alagie non ce la fa più. Qualche settimane prima di essere sparato Alagie si reca nella sala comune e nuovamente scaglia delle pietre contro i vetri delle finestre.

Il giorno dell’episodio e della sparatoria, Alagie si reca all’ultimo piano dell’edificio con i suoi vestiti, le valigie, e con le sue coperte. Alcuni raccontano che va in una stanza molto piccola del centro, per altri si tratta addirittura di un bagnetto. Qui Alagie da fuoco alla sua coperta, altri diranno i suoi vestiti.

Gli amici lo stavano cercando, non sapevano dove fosse ed erano molto preoccupati perché appunto il suo stato psichico continuava a peggiorare. Gli amici salgono al piano superiore e da l’ intravedono il fumo. La prima cosa che fanno è aprire la porta dietro la quale trovano Alagie, per altri invece Alagie era già fuori la stanza. Chiamano immediatamente gli operatori presenti dicendo loro di chiamare i vigili del fuoco. Per alcuni dei testimoni non si tratta di un grande incendio, infatti riportano che sia stato spento quasi subito. Gli operatori però probabilmente non avvertiranno i vigili del fuoco, ma chiameranno invece Carmine Della Gatta. I testimoni ci raccontano che Carmine Della Gatta arriva in macchina e scende con l’arma in pugno. Secondo alcune testimonianze pare ci sia stata anche una persona anziana, un vicino che abita adiacente alla struttura che abbia tentato di fermarlo e non essendoci riuscito si sia poi ritirato in casa.

Carmine Della Gatta si avvicina minacciosamente ad Alagie, che in quel momento è fuori dalla struttura e lo colpisce con il calcio della pistola, con grande violenza. Alagie si difende e reagisce sferrandogli un pugno in faccia. A quel punto Carmine spara.

C’è chi dice che lo sparo lo abbia raggiunto subito e lo abbia fatto cadere a terra, c’è chi dice che lo sparo lo abbia sfiorato e che per istinto Alagie si sia buttato a terra. Sta di fatto che Carmine Della gatta spara una seconda volta, quando Alagie è a terra. Questo secondo proiettile lo prende in viso.

Due degli operatori presenti nel centro scappano, il mediatore afghano corre verso Alagie per tamponare la ferita e Carmine scappa in macchina. I testimoni raccontano che è stata chiamata una autoambulanza che arriverà venti munti dopo.

Nei giorni successivi, esattamente due giorni dopo, iniziano i trasferimenti degli ospiti dalla palazzina che ospitava le 160 persone.  Gli altri 50 si trovano ancora oggi nella seconda palazzina.

Alcuni dei richiedenti asilo spostati riferiscono di trovarsi ora in luoghi che sono stati di fatto abbandonati dai gestori e riferiscono di diverse problematiche. in particolare in uno degli appartamenti  abbiamo ricevuto testimonianze (video e foto) di pioggia all’interno. Hanno chiesto anche dopo lo spostamento di riuscire a risolvere la situazione ma il gestore anche in questo nuovo centro gli ha risposto “ o così o ve ne andate”.

I ragazzi sono tutti spaventati, hanno vissuto un trauma molto forte e la domanda che poniamo è “Come mai chi fugge da abusi così gravi, dal passaggio nel deserto, il passaggio dalla Libia, le tensioni, le torture, gli abusi subiti, l’arrivo in Italia dovrebbe essere un approdo sicuro, e invece anche qui hanno dovuto subire un ulteriore abuso?"

Alagie è finito in un ospedale in rianimazione, con una pallottola in gola.

Adesso è fuori pericolo e speriamo davvero si riprenda presto.

Tutti gli altri sono ancora terrorizzati, convinti un tempo di essere arrivati in un paese di diritto, e invece è ancora un paese dove vengono perseguitati e brutalmente sparati

Ci teniamo a sottolineare che negli anni le inchieste portate avanti dal territorio, dall’associazione Garibaldi 101 e della Campagna LasciateCIEntrare hanno più volte evidenziato la presenza di gestori minacciosi,  di gestori inadeguati, che non avrebbero mai dovuto rientrare nell’accoglienza.

Le nostre richieste ed inchieste non sono mai state accolte, se non in rarissimi casi. In alcuni casi le indagini sono state archiviate, lo mostra il caso di Paestum. In altri luoghi continuano ad esserci gestori che portano con se delle armi, che non minacciano direttamente, ma i migranti sanno che le possiedono.

Considerata la forte criticità del territorio campano rispetto soprattutto alle delinquenze locali e alle camorre ci chiediamo come sia possibile che ancora e nonostante sette anni di denunce del territorio da parte dell’Associazione Garibaldi 101 soggetti ed enti del genere siano ancora ammessi ai bandi e alle assegnazione pubbliche e che la Prefettura non compia gli adeguati controlli

Ci chiediamo in che maniera verranno tutelate da questo evento traumatico  che lo ha vissuto alcuni dei quali non riescono a dormire, non riescono a mangiare.

Abbiamo inviato alle Prefetture di tutta la Campania la richiesta di controllo per quanto riguarda l’Associazione La Vela, ma anche di ricominciare un monitoraggio che abbia un senso perché anche altri luoghi  continuano un’accoglienza di tipo criminale, inaccettabile.

La palazzina che ospita 50 persone a Gricignano è ancora lì ed il gestore è ancora La Vela e che l’estromissione di uno dei componenti non equivale ancora a poter gestire un’appalto. Perché La Vela non può accogliere. Chiediamo con forza che Alagie venga accolto quando uscirà dall’ospedale, perché Alagie sopravviverà. E che venga accolto in maniera adeguata, che venga seguito e sostenuto perché un trauma del genere ha ovviamente delle grosse difficoltà di superamento. Non accetteremo uno spostamento in realtà improvvisate così come non accettiamo lo spostamento presso realtà di accoglienza improvvisate in cui attualmente sono state spostate le persone che hanno assistito al tentato (a questo fatto) omicidio di Alagie.

Che non solo moniteremo la zona del casertano ma continueremo con i monitoraggi in tutti i centri ove riscontrassimo criticità.

Campagna LasciateCIEntrare, Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101), Daouda Niang (Associazione Senegalesi di Salerno), Antonio Esposito

 

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