Giovanni e Mario Pellizzeri, padre e figlio, sono finiti ai domiciliari. Il primo è accusato di corruzione, maltrattamenti e falso in atto pubblico. Il secondo solo dei primi due reati. Al centro dell'inchiesta Camaleonte della procura di Catania c'è il business dell'accoglienza nell'area ionica. Fatto di strutture fatiscenti e senza autorizzazioni. La Campagna LasciateCIEntrare aveva già denunciato il caso nel febbraio 2016 nel rapporto "Accogliere: la vera emergenza"  a seguito della visita al centro privato per minori di Mascali gestito dalla Cooperativa Ambiente e Benessere dei Pellizzeri

Da una parte i minori migranti non accompagnati, portati in strutture fatiscenti e prive di autorizzazioni. Dall'altra alcuni dipendenti delle amministrazioni comunali coinvolte dell'accoglienza e uno, in particolare, del Comune di Catania, che avrebbe affidato i giovanissimi alle comunità gestite da Giovanni e Mario Pellizzeri, padre e figlio, al centro di una inchiesta giornalistica di MeridioNews del 2016, che pure non avrebbero potuto ospitarli. Giovanni Pellizzeri (Mascali, 25/09/1961) è finito agli arresti domiciliari con le accuse di corruzione, falso in atto pubblico e maltrattamenti. Mario Pellizzeri (Giarre, 04/09/1988) è ai domiciliari anche lui, con le accuse di corruzione e maltrattamenti.

 

A fare partire gli accertamenti della procura sono stati alcuni episodi violenti registrati all'interno delle strutture gestite dalla cooperativa Esperanza, una di quelle - assieme alla coop Ambiente e benessere - riconducibili a Giovanni Pellizzeri. In totale i centri di accoglienza che farebbero riferimento a lui sono sei: tra Giarre, Mascali e Sant'Alfio. Risse tra minori, ma anche l'accoltellamento di un ragazzo nigeriano che guidava le proteste contro i ritardi e la carenza di informazioni a proposito del permesso di soggiorno. Nel frattempo le associazioni che si occupano di tutelare i migranti intervengono: Save the children, scrive la procura, segnala gravi negligenze della coop.

 

«Questi porci, gli devi dire: le mie comunità, tutte queste, sono comunità alloggio per minori italiani. Lo stato di emergenza mi ha fatto accogliere questi porci, ci siamo? Ma le comunità sono per italiani. Quindi, se non si sbrigano ad andarsene, a calci in culo a casa». È il contenuto di una delle conversazioni intercettate dalle forze dell'ordine. Protagonisti sarebbero Mario Pellizzeri e Isabella Vitale (Catania, 26/11/1969), responsabile di una delle strutture di accoglienza nel territorio di Mascali, a cui è stata applicata la misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Catania, per il reato di maltrattamenti. Sarebbero ancora Vitale e Pellizzeri figlio a dire: «I farmaci generici sì. Ma no questi qua... Assolutamente no. Per me può buttare sangue, può morire fracido», in riferimento a un minore per il quale si sarebbero dovuti acquistare dei medicinali. 

 

Nell'ambito del procedimento sono indagate altre sette persone (alcune delle quali dipendenti ed ex dipendenti dei Comuni del Catanese) ed è stata richiesta una misura interdittiva nei confronti di un dipendente del Comune di Sant'Alfio. Il dipendente del Comune di Catania, nel frattempo andato in pensione, si sarebbe occupato di inviare continuamente minori alle coop di Pellizzeri, accertandosi anche che i pagamenti avvenissero in maniera puntuale. Il lavoratore dell'amministrazione pubblica di Sant'Alfio, invece, avrebbe rilasciato un parere positivo a proposito di un'autorizzazione, basato su «palesi falsità materiali e ideologiche».

 
Per leggere il report completo della Campagna nel centro privato per minori a Mascali, clicca qui (p. 115)

 

Un giovane avvocato romano, Gianluca Dicandia, è stato vittima di una gravissima azione intimidatoria: dopo un suo intervento pubblico durante una iniziativa di Amnesty International, nella quale aveva preso la parola criticando aspramente, ma con toni assolutamente continenti e argomentazioni giuridiche, i decreti c.d. Minniti, è stato identificato dalle Forze dell’Ordine presenti, incuranti del fatto che egli si fosse sin da subito palesato come avvocato così chiarendo (se mai ce ne fosse stato bisogno) il carattere tecnico del suo intervento.

Oggi quello che sino ad ora è l’incredibile ed inaccettabile epilogo: il collega è stato convocato per la notifica di un verbale di identificazione ed elezione di domicilio; egli ha così appreso di essere indagato per i reati di cui agli articoli 290 c.p. (vilipendio delle istituzioni della Repubblica) e 336 c.p. (violenza a pubblico ufficiale).

Nel tentativo, forse, di allinearsi con alleati quali il Presidente turco Erdogan o quello egiziano Al Sisi, le nostre istituzioni intendono intimidire chi pubblicamente smascheri le finalità di provvedimenti liberticidi, antidemocratici, classisti, razzisti, evidentemente tanto più pericoloso in quanto portatore non di proteste urlate e volgari, ma di ragionate seppur radicali censure.

Con l’utilizzo di una desueta fattispecie penale come il vilipendio (che benchè abbia superato in passato il vaglio della Corte Costituzionale non può che essere ritenuta rientrare nel novero dei reati di opinione) si intende impedire la critica – pubblica, in piazza, ma autorevole e giuridicamente argomentata (e forse per ciò più pericolosa) – di recenti strumenti normativi che intendono impedire l’esercizio dei diritti (primo tra i quali quello di difesa) dei richiedenti asilo, marginalizzare il disagio, introdurre la figura del sindaco sceriffo.

Colpire la voce libera di un avvocato è una dimostrazione di arroganza, di arbitrio, ma anche un segno di debolezza: l’avvocatura, quando impegnata nelle battaglie in difesa dei diritti, fa paura, proprio perché portatrice di competenze tecniche con le quali smascherare la pochezza giuridica delle norme più retrograde e discriminatorie.

Come membri del Legal Team Italia, come avvocati, come giuristi, facciamo nostre le parole dette dal Collega in quella piazza, e ci uniamo alla radicale critica che Gianluca Dicandia e molti altri giuristi, con solidi argomenti fondamenti giuridici, portano avanti contro i c.d. decreti Minniti, che riteniamo incostituzionali prima ancora che ingiusti.

A Gianluca la nostra incondizionata solidarietà e vicinanza, e il nostro pieno appoggio.

Come associazioni e gruppi, come cittadine e cittadini, condanniamo gli atti di violenza razzista che si stanno verificando a Roncolevà e ci impegniamo a vigilare affinché non si ripetano.

Ribadiamo la necessità che la legalità sia rispettata e che le diverse opinioni siano espresse sempre considerando la dignità di ogni persona. Richiamiamo alla responsabilità ogni singolo cittadino e cittadina, anche in questo periodo di vacanza, per garantire il rispetto dei principi basilari di civiltà e umanità. Chiediamo inoltre a chi ne ha il dovere, in primis la Prefettura che è responsabile dell’accoglienza, di mettere fine a simili atti di violenza e di prevenirne di nuovi, e di impegnarsi seriamente in una gestione adeguata dell’accoglienza, che tuteli i diritti di tutti.

“Controlliamo e supervisioniamo tutti i loro movimenti, guardiamo chi entra e chi esce. Allertiamo le forze dell’ordine se qualcosa non va. Tutti collaborano compatti per un unico obiettivo: farli mollare.” Sono parole di Paola Reani, portavoce del comitato spontaneo costituitosi, con il sostegno di Verona ai Veronesi, a Roncolevà, piccola frazione del comune di Trevenzuolo, contro l’arrivo di 20 richiedenti asilo.

Sabato 1 luglio, i 20 ragazzi sono arrivati. Sono stati accolti da insulti, sia loro che gli operatori della cooperativa che gestisce la casa in cui sono ospitati. Nella notte del 30 giugno, che ha preceduto il loro arrivo, gli stessi soggetti del comitato spontaneo e di Verona ai Veronesi hanno organizzato un presidio nel vicino piazzale dell’azienda Squassabia, che ha concesso loro l’utilizzo dello spazio. Tale presidio è tuttora in corso. Nella stessa notte del 30 giugno, hanno lanciato pietre contro la casa, al punto che gli operatori sono stati costretti a barricarsi all’interno. L’auto del presidente è stata presa a pietrate, con cristalli distrutti e danni consistenti. Durante la notte di sabato 1 luglio, la prima notte che i richiedenti asilo hanno trascorso nella casa, si è assistito anche a scene che ricordano letteralmente i pogrom contro gli ebrei: gli stessi soggetti del comitato e di Verona ai Veronesi hanno puntato i fari contro la casa e nello specifico contro i richiedenti asilo, apostrofandoli come “scimmie”, e altri epiteti fortemente offensivi, oltre a intimare loro di lasciare la struttura. 

Si sente spesso dire che l’ondata migratoria a cui stiamo assistendo, anche sul territorio veronese, porterebbe ad un aumento dell’illegalità nei nostri abitati. In questo caso sembra vero. Le parole di Paola Reani e gli atti sopra descritti vanno in questa direzione. Si tratta di atti violenti che violano pesantemente i diritti umani più basilari, che non sono degni di un vivere civile e che mostrano ancora una volta il lato violento e razzista di movimenti come Verona ai Veronesi che continua a definirsi non razzista, apartitico e apolitico.

Riteniamo doveroso, soprattutto in un caso di tale gravità, sottolineare con forza i fatti.

Da una parte ci sono 20 persone di cui non sappiamo nulla, se non che vengono da lontano, da Paesi da cui sono scappati per motivi di guerra, carestie e per l’impossibilità di condurre una vita dignitosa, probabilmente molto stanche dopo un lungo viaggio. Ci sono poi alcuni operatori di una cooperativa - che ha regolarmente vinto una gara di appalto della Prefettura - che fanno il loro lavoro con dignità. Queste persone sono barricate in casa da venerdì 30 giugno, con continui insulti, intimidazioni e danni alle loro proprietà. 

Dall’altra parte c’è un gruppo di persone di cui sappiamo già molto: vivono a Verona e in vari Comuni della provincia, non rispettano la dignità dell’essere umano, hanno metodi violenti e illegali, hanno tirato pietre, distrutto un’automobile e insultato e credono che la loro opinione sui flussi migratori giustifichi tale violenza indiscriminata. Durante la manifestazione organizzata nella serata di lunedì 3 luglio, il presidio è stato appoggiato anche da alcuni sindaci che sono intervenuti a sostegno del comitato con un atteggiamento che riteniamo irresponsabile soprattutto da parte di un sindaco: il sindaco di Trevenzuolo e colleghi di Erbè, Pastrengo, Isola della Scala, Sant’Anna d’Alfaedo e di Castelbelforte (provincia di Mantova).

Sia lo Stato che la cittadinanza dovrebbero, senza indugi, prendere una chiara posizione e mettere in atto delle azioni di condanna rispetto a questa situazione, oltre che di prevenzione, considerando anche il recente rogo di una possibile struttura di accoglienza a Sant’Anna d’Alfaedo, nonché i tanti episodi di violenza che sono stati registrati negli ultimi anni da parte di Verona ai Veronesi. Nel caso di Roncolevà, le forze dell’Ordine non sono intervenute, hanno avuto un atteggiamento che ha sostanzialmente lasciato fare agli aggressori e solo dopo segnalazioni a Prefettura e Questura sono state quanto meno inviate forze dell’ordine della celere di Padova per presenziare la manifestazione di lunedì sera.

C'è bisogno urgente di riportare il pur necessario dibattito sui temi dell'immigrazione nell'alveo di una democratico confronto, senza prescindere, mai, dal fondamentale rispetto della persona e della legalità. Noi vogliamo fare la nostra parte perchè, come diceva Martin Luther King: “non abbiamo paura della violenza dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.

Antenne Migranti, Verona che dialoga, LasciateCIEntrare, Melting Pot

 

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