L'inchiesta di Mafia Capitale, che ha coinvolto anche il C.A.R.A. di Mineo, ha confermato l’esistenza, denunciata invano da anni, di una lucrosa speculazione sull'accoglienza dei migranti. Sono scomparse figure che prima erano centrali nelle vicende del Cara, perché coinvolti in processi e in varie inchieste giudiziarie. In ultimo è stata sostituita anche la figura del vecchio direttore Sebastiano Maccarrone (proveniente dalla Coop. Sisifo-LegaCoop), perché indagato per truffa aggravata. Ritorniamo al centro di accoglienza curiosi di capire anche che cos'è cambiato nella qualità della vita degli ospiti dall'ultima nostra visita del 24 agosto 2015.

Il personale ci accoglie nell'ufficio del nuovo direttore l'ing. Giuseppe Di Natale. Ci corre l'obbligo di segnalare che quasi tutta la visita è stata ripresa dai dipendenti del C.A.R.A.

Il Direttore ha giustificato questa sua disposizione per la tutela della sua immagine e dei suoi interessi, a causa di situazioni pregresse in cui giornalisti di note trasmissioni televisive nazionali avrebbero manipolato e distorto le sue affermazioni mediante il metodo del "taglia e cuci". Ci ha assicurato comunque che sarebbe stato ripreso solo lui. Siamo rimasti basiti, in primis perché non siamo stati preventivamente informati e secondariamente perché, ovviamente, oltre alle sue risposte sono state registrate anche le nostre affermazioni che potrebbero a loro volta essere manipolate e distorte utilizzando il sopracitato metodo.

La struttura rimane giuridicamente ancora un C.A.R.A., afferma il nuovo direttore, nonostante nella recente relazione d'inchiesta parlamentare su C.I.E. e C.A.R.A., si dichiari che la struttura di Mineo sia censita come un centro di prima accoglienza.

Ad oggi il C.A.R.A. di Mineo è sotto amministrazione giudiziaria straordinaria. Di Natale ci spiega i passaggi di carattere tecnico amministrativo, a tratti piuttosto complicati e difficili da seguire, che hanno portato alla sua nomina come amministratore. Prima di quest'incarico egli era un amministratore giudiziario con il compito di vigilare sull’impresa Pizzarotti, costruttrice e proprietaria della struttura. Di Natale viene eletto poi amministratore delegato del consorzio "Nuovo CARA di Mineo" per sostenere e coadiuvare l'azione del presidente del consorzio il Prof. Giuseppe Caruso, Commissario Straordinario e docente di economia dell'Università di Catania. In una fase successiva con l'A.N.A.C. la procura e attraverso Giuseppe Caruso, viene nominato Direttore il suddetto Di Natale.

Durante il colloquio più volte è stata affermata e ribadita la presenza delle istituzioni nella nuova gestione del centro. Il Ministero dell'Interno, infatti, ha una sede permanente all'interno del C.A.R.A. che ha il compito di svolgere una missione ministeriale di controllo in sinergia con la Prefettura. Tutti i fornitori, ribadisce più volte il neo direttore, sono rigorosamente sottoposti a controlli antimafia. Solo due delle sette cooperative che si occupano del centro sono sottoposte ad amministrazione controllata.

Di Natale ci dice che attualmente gli alloggi vengono distribuiti secondo due criteri " quello distributivo e quello dell'etnia". Vi sono poi gli spostamenti, condivisi con gli ospiti, che tengono conto dei nuclei familiari e dei rapporti di amicizia stretti all'interno del C.A.R.A.. Uno dei Vice-Direttori presenti afferma che la direzione esegue un attento monitoraggio degli alloggi. Il Direttore, aggiunge prontamente e perentoriamente, che “il C.A.R.A. non è un centro di detenzione” e che lui “non assegna celle”. Tuttavia l’enfasi con la quale ci informa degli efficaci metodi di controllo “sia randomici che puntuali” appare in contrasto con le precedenti affermazioni. Inoltre, non essendo stati autorizzati ad entrare negli alloggi, non abbiamo potuto verificare le reali condizioni.

In merito al pocket money, la direzione sta vagliando l’ipotesi, anche in seguito alla recente protesta, di versarlo in una carta prepagata utilizzabile per l’acquisto di prodotti nel market interno al CARA. Fino ad ora la distribuzione del pocket money sembra aver privilegiato sigarette e schede telefoniche.

La vita all’interno del C.A.R.A. ci viene presentata come tranquilla. Si eleggono democraticamente i rappresentanti delle comunità. Come l'ultima volta, anche stavolta, la delegazione si ferma in mensa a pranzo per socializzare con i migranti, ma a differenza dell'ultima volta abbiamo l'impressione che i migranti siano diffidenti nei nostri confronti, come se avessero paura a parlare con noi. Nella mensa abbiano notato che alcuni preferiscono consumare le pietanze fuori dalla mensa portandole via in buste di plastica (Dove? Forse nelle loro casette). Osserviamo inoltre, che nella mensa non ci sono le donne; dove mangiano? Insistiamo che sarebbe meglio far cucinare ai/lle migranti ciò che preferiscono nelle loro case. Attualmente questo non è possibile perché è previsto nell’appalto il catering per 3000 persone. Di Natale ci dice che sarebbe pericoloso far cucinare dentro gli alloggi. L'osservazione del direttore può essere condivisibile quando però si prevedono tempi brevi di permanenza. Nel C.A.R.A. di Mineo le persone spesso (con dati alla mano) hanno vissuto per un lungo periodo e sono stati privati di un momento di normalità e condivisione come quella del pranzo.

Dopo pranzo visitiamo la moschea e le aree comuni. Lo stesso Direttore ci ha tenuto a farci vedere  la recinzione simile ad una gabbia che avrebbe dovuto delimitare l’area hotspot per 1000 persone e che avrebbe diviso i migranti in quelli di serie A e in quelli di serie B. In nessun caso l'hotspot non verrà realizzato.

Riguardo l'ultima protesta avvenuta circa un mese fa, Di Natale ci spiega che è legata alla volontà di sovvertire la posizione dell'attuale direttore, perché gli ospiti sono stati richiamati al rispetto delle regole. Questo ha determinato i disordini. In effetti all'interno del centro non vediamo più le bancarelle che gli ospiti organizzavano autonomamente.

Il C.A.R.A. di Mineo rimane una struttura enorme anche se i numeri sono leggermente diminuiti. Al momento la popolazione del centro è di 2987 ospiti e 375 dipendenti. Più volte il direttore ha ribadito che la struttura non è sovradimensionata perché le gare di appalto prevedono la presenza di 3000 ospiti. Ci è sembrato di capire che, anche se i controlli sulle presenze effettive dei migranti nel C.A.R.A. sono più rigorosi, l'appalto per la mensa prevede 3000 pasti al giorno, a prescindere dalle presenze effettive. Il personale del C.A.R.A. è rimasto lo stesso di prima. Riconosciamo alcuni dei vecchi dipendenti che lavorano attualmente nella direzione.

Il Direttore ci dice che parte degli ospiti proviene dagli sbarchi. I rilievi dattiloscopici avvengono al porto, mentre la compilazione del modello C3 avverrebbe all'interno del CARA. I tempi di una procedura di richiesta d'asilo sembrerebbero migliorati ma quelli dei ricorsi sono ancora lenti. I ricorrenti pertanto continuano a rimanere nel centro perché ne hanno diritto. La popolazione del Cara viene accompagnata a Catania e a Siracusa dove lavorano le commissioni addette ad esaminare le richieste. Osserviamo che nei primi anni (2011/2013) le commissioni esaminavano le richieste dentro il C.A.R.A. ed a quei tempi gli ospiti non superavano le 2000 presenze.

Ci assicurano che il personale del centro è sempre disponibile ad andare incontro alle esigenze degli ospiti accompagnandoli ovunque loro desiderino. In merito abbiamo qualche perplessità. É evidente che una delle maggiori criticità del C.A.R.A. è l'isolamento. Non ci sono mezzi pubblici che lo colleghino ai vicini centri abitati. Ci chiediamo dubbiosi come si faccia realmente ad accontentare 3000 ospiti, che hanno la necessità di spostarsi, solamente con mezzi del centro.

Il C.A.R.A. ospita anche molti siriani ed eritrei in attesa di Relocation. I funzionari di Easo si occupano delle pratiche di ricollocamento. A tal proposito il direttore sottolinea che, nonostante il grande lavoro d'informazione, almeno il 40 percento di siriani ed eritrei abbandona il centro a causa dei lunghi tempi di attesa preferendo trovare soluzioni autonome.

Alla fine dell'ispezione, durante la quale si sono susseguite rassicurazioni sul rapido superamento delle criticità del C.A.R.A., il dato più sconcertante rimane la totale contrapposizione fra le valutazioni della Commissione parlamentare d'inchiesta, che in un documento redatto dopo le ispezioni ha chiesto la chiusura immediata del C.A.R.A. e le valutazioni dell'ing. Di Natale e dei suoi collaboratori, per i quali il centro è un modello, anche se perfettibile, di accoglienza, destinato a durare nel tempo.

Per noi il CARA, anche alla luce di quest'ultima ispezione, rimane un esperimento di segregazione dei/delle richiedenti asilo. Da quanto osservato facendo un confronto fra la prima visita nel 2015 e quella attuale, pensiamo che le condizioni siano più somiglianti ad un ghetto che a un'esperienza d'integrazione. Le persone sono costrette ad uno stile di vita pensato per un breve periodo.

Il Governo con i rappresentanti di questi centri pensa di perfezionare la gestione amministrativa e organizzativa delle strutture, come abbiamo potuto riscontrare nell'ispezione al C.A.R.A.. Nei fatti dietro questa macchina che tende alla perfezione si perpetua una gestione segregativa e lontana dalla possibilità di creare luoghi in cui i richiedenti asilo possano realmente integrarsi nel paese in cui ricevono la protezione internazionale.

Sempre di più securizzazione e falso umanitarismo vanno a braccetto e non apriranno alcun varco verso quella luce che vede solo il Ministro Minniti.

Il C.A.R.A. di Mineo oggi vuole mostrare un volto in cui pensa più ad una buona prassi gestionale e al mantenimento di un centro che nei fatti è più una macchina mangia risorse che l'avvio di nuovi percorsi di vita di famiglie che potrebbero ricevere direttamente quelle risorse e vivere con le proprie famiglie in case senza controlli e gestione poliziesca.

Il C.A.R.A. di Mineo va chiuso perché perpetua una gestione securitaria, poliziesca, segregativa e non garantisce la realizzazione di alcuna quotidianità ai nuclei familiari, a chi vuol ricongiungersi o costruirsi la propria vita.

 

*Si ringrazia la delegazione LasciateCIEntrare composta da: Elio Tozzi, Alfonso Di Stefano, Barbara Crivelli, Tania Poguisch, Agata Ronsivalle

(Roma, 25 agosto 2017) – La Campagna LasciateCIEntrare condanna duramente gli sgomberi di centinaia di rifugiati eritrei ed etiopi che si sono susseguiti nella Capitale in questi giorni e la spirale di violenza innescatasi nelle ultime ore. “Sgomberi disumani in regime di emergenza, senza alcuna proposta o soluzione alternativa” commenta la Portavoce, Gabriella Guido. E prosegue: “Allo sgombero forzato del palazzo occupato di Via Curtatone si è aggiunta l'ulteriore violenza e umiliazione dell'uso della forza a Piazza Indipendenza. Vittime centinaia di uomini, donne e bambini. Per lo più rifugiati, nel nostro Paese da moltissimi anni. Persone in fuga da guerra e persecuzione, già vittime di orrendi traumi. Persone alle quali lo Stato italiano ha riconosciuto il diritto alla protezione. Una vergogna indegna di uno stato civile. Una vergogna Capitale”.

Infine conclude: "Questa situazione non è altro che la chiara conseguenza dell'assenza di politiche adeguate e lungimiranti delle amministrazioni in tema di accoglienza e di contrasto alla marginalità sociale. La Campagna lancia un chiaro appello al Comune di Roma affinché vengano subito individuate soluzioni adeguate e non transitorie ai rifugiati sgomberati e al Ministero dell'Interno perchè attui i provvedimenti necessari verso chi ha lasciato che la situazione degenerasse in termini di violenza contro esseri umani inermi .”

LasciateCIEntrare esprime così la propria solidarietà a tutti i migranti vergognosamente sgomberati, a tutte le associazioni della società civile e le ONG che stanno, unanimemente, denunciando alla Sindaca ed al Ministero dell'Interno la barbarie alla quale stiamo assistendo.

E’ opinione comune, quando si parla di richiedenti asilo, supporre che le violenze e i soprusi siano avvenuti al di là del Mediterraneo, nei paesi di origine o durante il percorso migratorio. Non si pensa quasi mai ai modi attraverso i quali la violenza viene perpetrata nel paese di accoglienza e all’interno dei luoghi ad essa deputati.

Uno di questi è l’abbandono istituzionale, anche davanti a situazioni di profonda vulnerabilità e sofferenza, ad esempio nel caso di donne in gravidanza e di minori.

A Rogliano, paese sul cui territorio sorge un CAS sempre più simile a un CARA (dato il numero elevato di migranti ospiti all’interno dell’ex hotel “La Calavrisella”), da qualche tempo è sorta una nuova struttura di accoglienza.

E’ gestita dall’Associazione “Alone Cosenza Onlus” di Shyama Bokkory - ex sindacalista ANOLF-CISL - e ospita 10 richiedenti asilo: 2 nuclei familiari, un nucleo monoparentale  e 2 donne sole. Li abbiamo conosciuti nel mese di febbraio quando in seguito a una serie di proteste volte a rivendicare il loro sacrosanto diritto di ricevere un’accoglienza dignitosa, la responsabile del centro aveva chiesto alla Prefettura di emettere un preavviso di revoca delle misure dell’accoglienza nei confronti di quattro richiedenti asilo. Nei mesi successivi la situazione è peggiorata ulteriormente. 

Le persone vivono ai limiti della dignità materiale e sociale. Da oltre due mesi, ci riferiscono, non viene loro erogato il pocket-money. I minori non ricevono alcuna tutela.

Le donne ci raccontano di essere costrette a provvedere attraverso la misera somma dei pocket-money all’acquisto del cibo, delle creme, dei pannolini per i bambini.

Quindici giorni fa, in seguito all’ennesima protesta all’interno della struttura, le persone ospitate all’interno del CAS Alone ci raccontano che la signora Shyama Bokkory ha deciso di sospendere l’erogazione dell’energia elettrica e l’acquisto dei generi alimentari.

Sprovvisti anche del pocket-money che da tempo non viene più erogato, 7 adulti e 3 bambini si sono ritrovati all’improvviso senza cibo né corrente elettrica. E’ solo grazie all’intervento del vicesindaco del paese e di alcuni vicini di casa  che le persone ospiti della struttura riescono a mettere un pasto caldo in tavola tutti i giorni.

La situazione appare particolarmente grave in virtù del fatto che all’interno della struttura vivono delle donne in stato di gravidanza. Gli esami medici, ci riferiscono, non vengono eseguiti. I farmaci prescritti dal pediatra ai minori non vengono acquistati.

L’acqua calda, secondo quanto ci raccontano, viene erogata solo due ore al giorno, anche durante l’inverno. E’ fatto divieto assoluto agli ospiti di utilizzare i bagni presenti nella struttura ad eccezione di uno solo per dieci persone.

Gli operatori che dovrebbero essere previsti in una struttura di accoglienza non esistono, eccetto un “sorvegliante” notturno (inserito nella struttura in seguito all’ultima protesta) che, qualche notte fa, rientrato ubriaco insieme ad un amico, ha provocato una lite in cui sono rimasti coinvolti una delle donne in stato di gravidanza e il marito. Nel corso di un’ulteriore lite, ci riferiscono, la responsabile del centro avrebbe percosso, attraverso un gesto estremamente umiliante, una delle ospiti con una riga da scuola.

Da una parte si registra la negligenza nell’erogazione dei servizi, dall’altra la pervasività del controllo e l’imposizione di regole ferree, come si faceva un tempo con i bambini a scuola. Come se non bastasse, le donne ospiti del CAS vengono additate dalla signora Shyama Bokkory come prostitute, secondo quanto riferiscono i vicini di casa. Donne che, oltre a convivere spesso con una serie di traumi, ferite psicologiche, solitudine, finiscono per essere vittime di una doppia discriminazione: sociale e di genere. Perché le loro fragili vite, sempre più spesso, finiscono nelle mani di privati che oltre che speculare sulla sofferenza di chi è sopravvissuto all’inferno libico si arroga il diritto di denigrare, calpestare, umiliarne le esistenze. 

Negli ultimi giorni, una delle coppie presenti nella struttura, insieme ai due figli della stessa, è stata trasferita in un altro CAS nella provincia di Cosenza.

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