Alcuni referenti della Campagna LasciateCIEntrare hanno incontrato i richiedenti asilo esternamente ai centri ed hanno posto loro alcune domande.

Da Febbraio 2016 alcuni richiedenti asilo sono ospiti di un centro di accoglienza, gestito dall’Associazione l’Angolo, sito presso la Bruciata alla Via Emilia. Maliani, Nigeriani, Gambiani,Senegalesi. Sono 26 persone che da quando sono in questa struttura non hanno mai fatto un corso di Italiano.

E’ la cosa che lamentano di più :“ Noi siamo laureati. Siamo adulti belli e fatti. Eppure ci trattano come dei bambini. Dicono che se volevamo andare a scuola dovevamo restare nel nostro paese oppure chiedere asilo altrove. A proposito per 26 persone ci sono solo tre bagni. Ma è normale?”.

Il servizio di formazione linguistica è previsto dall’appalto per la gestione di un centro di accoglienza straordinaria ed è obbligatorio. Sono previste anche un tot ore settimanali che variano da Prefettura  Prefettura e che vanno dalle sei alle dieci ore a testa. Molti centri, poi, iscrivono gli ospiti anche al CPIA, centro per l’educazione degli adulti per l’ottenimento di una certificazione di conoscenza della lingua, che sarà poi fondamentale nel percorso successivo del possessore di permesso di soggiorno in caso ad esempio di domanda di carta di soggiorno o come punteggio per attività lavorativa.

L’apprendimento della lingua italiana è il primo passo verso la comprensione del nuovo tessuto sociale in cui i profughi si trovano a vivere dopo aver viaggiato tra abusi e diritti negati di ogni tipo.

“nessuno ci spiega nulla dei nostri diritti e doveri. Per loro siamo animali e basta. Ci portano da mangiare e nemmeno il cibo che vorremmo, visto che ci dichiarano che ormai siamo in Italia e dobbiamo mangiare Italiano. Una settimana per un giorno intero non abbiamo mangiato, perchè erano finite le provviste e nessuno si è preoccupato di portarcele. Beviamo l’acqua del rubinetto e ci dicono che non abbiamo diritto a ricevere l’acqua in bottiglia. Ci hanno dato vestiti solo all’inizio: una maglietta, un pantalone, un paio di scarpe ed intimo. Per l’inverno ed anche ora cerchiamo vestiti nella spazzatura. Li laviamo e quindi li indossiamo”

Nel centro non vi sono mediatori. Alcuni ci raccontano che alcuni cittadini somali e pakistani non hanno modo di esprimere le proprie reali esigenze( necessità di visite mediche, desiderio di imparare la lingua o problemi di natura personale non condivisibili con gli altri ospiti)  perché non hanno un mediatore ed uno di loro parla poco inglese. Sottolineiamo che la mediazione fa parte del “Pacchetto” accoglienza ed è uno dei punti cardine per garantire i diritti di ogni ospite.

All’interno del centro gli ospiti ci dicono che c’è una cucina e sono quindi liberi di prepararsi le loro pietanze. Lamentano di aver più volte chiesto di poter semplicemente acquistare cibo della loro tradizione. Richiesta che viene puntualmente disattesa e derisa. Eppure sempre dai bandi delle prefetture e dagli appalti viene descritto come l’attenzione anche all’alimentazione tradizionale sia una delle indicazioni per fornire una buona accoglienza.

Vi sono 4 operatori di riferimento: due donne di lingua italiana, un indiano ed un nigeriano. Chiediamo se siano reperibili e presenti nel centro.  “ No. Solo qualche volta. Se li chiami per u problema sanitario ti dicono sempre: domani. Le medicine se ne abbiamo bisogno le compriamo con il pocket money. Qualche volta ci accompagnano a Porta Aperta.” (Porta Aperta è un centro dove viene fornita assistenza medica da medici volontari e dove vengono anche distribuiti vestiti,scaprpe, altro).

Sono passati ben otto mesi e nessuno degli ospiti della struttura possiede tessera sanitaria e non ha ancora il primo permesso temporaneo di 6 mesi. Fatto grave considerando che è necessario per l’Iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale passo obbligatorio secondo Art. 34 T.U. 286/98; Art. 27 D.lgs 19 novembre 2007, n. 251; Art. 10 D.lgs 140/2005; Circolare del Ministero della Sanità n. 5 del  24.3.2000 ed inoltre il diritto alla salute è garantito dalla nostra Costituzione.

Non solo i ritardi del permesso di soggiorno, considerando la possibilità di contratto di lavoro a due mesi dall’ottenimento del permesso temporaneo (T.U. ), rappresentano una limitazione delle possibilità di inclusione sociale e quindi dei diritti fondamentali del richiedente asilo.

I richiedenti asilo non posseggono ancora l’iscrizione all’anagrafe contrariamente a quanto prescritto dall’art. 6 comma 7 del T.U. sull’immigrazione emanato con dlgs 286/98 in cui viene considerata “dimora abituale” il centro di accoglienza dove si permanga oltre tre mesi (ne sono passati 8), diritto difeso anche dall’art. 25 della Convenzione di Ginevra relativo all’assistenza amministrativa dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Il Cas si trova in zona periferica ed i profughi lamentano difficoltà di spostamento cui hanno sopperito da soli acquistando biciclette con il pocket money, soldi che speravano vedersi restituiti, dopo le promesse degli operatori “Compratele voi e poi vi restituiremo quanto avete speso”

Nel centro non esiste nessuna preparazione alla Commissione e nessun approfondimento sui diritti e doveri dei richiedenti asilo, a quanto ci riferiscono i richiedenti asilo.

“Siamo totalmente abbandonati. Ci troviamo in un posto nuovo e non sappiamo come muoverci. Alcuni di noi hanno anche trovato la possibilità di lavorare ma non ci possono fare contratti perchè non abbiamo documenti. Non capiamo perché qui funzioni così. Vorremmo capire dove siamo. Per loro non siamo persone. Siamo soltanto animali cui portare cibo e dare un letto.”

 

Ci spostiamo verso una seconda zona, un Cas che si trova a Cittanova. Attraversiamo la periferia della Bruciata ed incontriamo frotte di donne nigeriane molto giovani che si prostituiscono. Fanno parte dello scenario della zona, fra poco arriveranno i solerti e potenti compratori italiani.

Andando più avanti a poco a poco diminuiscono le luci, percorriamo una stradina che costeggia la ferrovia, fino ad arrivare ad un casolare immerso nel verde e nel buio. Dal buio spuntano alcuni migranti in bicicletta.

Ci raccontano di essere in 18 e che sono trattati molto male.

“Il proprietario dell’immobile non ci ama. La sera quando ci attardiamo nel cortile, spara in aria con il fucile. Un paio di volte ha buttato un secchio di acqua fredda in testa a chi si tratteneva troppo fuori.” Eppure per l’affitto dell’immobile il proprietario col fucile (Luciano Testi) percepisce certamente una retta mensile.

In questo luogo non c’è assolutamente nulla: gli operatori si preoccupano di consegnare il cibo una volta a settimana e basta. Inizialmente c’era un corso di italiano ma è durato pochi giorni. Poi più nulla

La villa a due piani è dignitosa: gli ospiti sono allocati in tre camere con letti a castello: sei persone per camera ed un armadio a tre ante che è presente in ogni camera, fatta eccezione per la terza che non possiede luogo in cui poggiare i propri indumenti. Ci sono tre bagni, di cui uno non funzionante. Quindi 2 bagni per 18 persone. In ogni bagno vi è solo una doccia.

Anche qui c’è una cucina e gli ospiti lamentano di non ricevere cibo tradizionale, nonostante possano cucinare da sé in un’unica cucina per tutti, al cui centro c’è un tavolo traballante. Un unico frigorifero per tutti.

Anche qui gli ospiti ci parlano di carenze di assistenza sanitaria: nessuno ha una tessera sanitaria e se si ammala può aspettare giorni prima che gli operatori dopo aver recitato il mantra del domani innumerevoli volte vi si rechi. Uno degli ospiti ha una vistosa cavigliera, che si è comprato con i soldi del pocket money. Così come tutti hanno acquistato le biciclette per potersi spostare.

Di mediatori nemmeno a parlarne qui regna il linguaggio del silenzio.

Ci allontaniamo dal centro in una notte punteggiata di stelle. Quelle stelle testimoni di tanti sogni naufragati.

Davvero non è proprio possibile un’accoglienza dignitosa? Bisogna continuamente testimoniare di pessima gestione e lesione di molteplici diritti delle persone?

 

Di Gabriella Guido *

 

Sergio Leone girava nel 1984 un film capolavoro C’era una volta in America. Nel 2016 noi cittadini europei, insieme ai 61 milioni di profughi del mondo assistiamo invece impotenti ad un bruttissimo film, che potrebbe intitolarsi C’era una volta l’Europa.

Da anni oramai le sequenze e le immagini sono le stesse e si succedono senza soluzione di discontinuità. Sbarchi, naufragi, morti in mare, uomini, donne e bambini sopravvissuti, su imbarcazioni fatiscenti, o su rotte balcaniche, la corsa di fronte alla chiusura delle frontiere con gendarmi e barricate, treni di deportazioni, un padre che passa un neonato di notte sotto il filo spinato, che almeno lui si salvi, Aylan tre anni un corpicino inerme sulla spiaggia turca che ha commosso il mondo, lo sgombero di Idomeni e poi i migranti accovacciati sugli scogli di Ventimiglia nel 2015 e poi di nuovo nel 2016 con l’aggiunta delle cacciate dalle chiese, luoghi di riparo e ricovero contro manganelli e procedure che servono a identificare, schedare e respingere, con l’Austria pronta a chiudere il Brennero, possibile via di fuga verso Paesi che ancora vengono visti come civili e democratici, eppoi i summit internazionali, i meeting e i Consigli d’urgenza a Malta, a Bruxelles, a Strasburgo, eppoi Frontex, Easo, e le grandi organizzazioni internazionali che pattugliano il Mediterraneo insieme alla Marina militare italiana mentre - flashback - la neosindaca di Lampedusa, eletta tre anni fa si chiedeva: «Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?». Grande quanto un sogno, una speranza, o l’unica occasione per sopravvivere, quella che ha portato e continuerà a portare milioni di esseri umani a pagare a caro prezzo il viaggio verso un’Europa che sapeva di salvezza.

Un’Europa che si voleva fondata sui principi di solidarietà, sull’eguaglianza dei diritti, che affermava, probabilmente convinta: «Ogni individuo ha diritto alla vita». Che, citando gli articoli della Carta di Nizza, nessuno può subire tortura, o trattamenti disumani e degradanti, che sancisce il diritto alla libertà e alla sicurezza. Che all’art. 18 riconosce la Convenzione di Ginevra del 1951 e nero su bianco garantisce il diritto all’asilo e lo status di rifugiato. E mentre alle frontiere esterne i conflitti sono sempre più cruenti, ingestibili nonostante le tante rotte politiche ed economiche che si incrociano in Libia, Siria, Egitto, Libano, tanto per citarne solo alcuni, l’Europa sigla un accordo commerciale di svendita dei diritti umani con la Turchia perché impedisca l’ingresso dei migranti in Grecia, Paese diventato una prigione a cielo aperto per oltre 57mila di profughi, il 46% dei quali donne e bambini. Bloccati e reclusi nel limbo di finte procedure umanitarie che non funzionano ma che i politici europei sbandierano ai quattro venti. E, nel frattempo, lo sgretolarsi del patto dei paesi membri, con Brexit.

Mentre oggi, in Italia, agosto 2016, le cronache riportano l’“emergenza” a Milano per tremila migranti presenti nei pressi della stazione, pronti a prendere un treno e attraversare la frontiera, e a Como se ne contano poco più di cinquecento ma quanto basta per paventare l’invasione e l’emergenza umanitaria e sanitaria. A Ventimiglia un poliziotto in borghese urla ai migranti “pezzi di merda” per cacciarli via dalla strada e dai cronisti, mentre il capo della polizia da quel marciapiede dichiara: li collocheremo altrove, intendendo Cie e centri di detenzione, e ricorda il poliziotto morto d’infarto per cause naturali e non certo per colpa dei manifestanti.

Attivisti cha da Udine a Ventimiglia a Roma e fino in Sicilia collezionano fogli di via e capi d’imputazione, a volte solo per aver accompagnato i richiedenti asilo al centro Caritas più vicino.

E - altro flashback - il Sottosegretario all’Interno Morcone, a settembre del 2015 dalle pagine di questo prezioso settimanale, dichiarava che il sistema dei centri di accoglienza straordinaria sarebbe stato superato, che il modello è sicuramente un altro. Ma ancora qui siamo, niente è cambiato anzi molto è peggiorato, come ha avuto modo di denunciare la Campagna LasciateCIEntrare a seguito di continui monitoraggi realizzati da una straordinaria rete di attivisti da anni attivi sui territori e che incontrano i migranti nei centri di tutta Italia, Centri denunciati alle istituzioni da LasciateCIEntrare, poi chiusi dalla Guardia di finanza o dalla commissione di inchiesta, centri ancora gestiti da cooperative in odor di mafia, perché i soldi sono tanti e i migranti, “rendono” e il business non si ferma... Per nessuno.

Ma d’altronde le prefetture si ritrovano con solo il 25% dei Comuni di tutta Italia disposti all’accoglienza, il restante 75% dice quindi No alla presenza di rifugiati. La soluzione saranno gli incentivi, quindi contante cash per i Comuni disastrati o l’obbligatorietà? Intanto, dati alla mano, la fatidica relocation per svuotare Italia e Grecia non ha certo funzionato, nonostante le rosee previsioni e convinzioni. E mentre il nostro inossidabile ministro dell’Interno prefigura hotspot galleggianti, a Bruxelles ci si organizza per l’avvio del corpo di polizia delle frontiere esterne che servirà a contrastare l’arrivo dei migrati.

Insomma, una pessima regia per un brutto film con attori veri. Nei titoli di coda appare una scritta di nuovo conio al posto del classico “The End”: scorre e leggiamo “Migration Compact”, nessuno davvero la comprende, ma alla proiezione a Bruxelles strappa l’applauso finale. Forse sono davvero convinti sia qualcosa di meglio della parola fine.

MIGRATION COMPACT

È la proposta presentata dal governo italiano all’Unione europea per controllare i flussi di migrazione nel Mediterraneo. Prevede accordi tra l’Ue e i Paesi di origine e transito delle migrazioni (soprattutto africani): soldi e aiuti in cambio dell’impegno a bloccare le partenze. E ancora l’affidamento ai Paesi di transito della decisione sul diritto alla protezione internazionale.

*Portavoce LasciateCIEntrare, Campagna di mobilitazione nazionale contro la detenzione amministrativa dei migranti

REPORT DELLE VISITE AGLI HOTSPOT DI TRAPANI E LAMPEDUSA

 20-22 luglio 2016 Elly Schlein, Parlamentare Europea Alessandra Ballerini, avvocata, Terre des Hommes, LasciateCIEntrare

HOTSPOT TRAPANI 20/07/16

Il 20 luglio 2016 abbiamo fatto ingresso nell’hotspot di Trapani. Quello di Trapani viene considerato il “gioiello” degli hotspot, tanto che le varie delegazioni di ONG e parlamentari anche stranieri vengono "invitate" a visitarlo, diversamente da quanto avviene per le altre strutture, generalmente inaccessibili per il mondo esterno. Eppure, si tratta, come in tutti i casi di hotspot, di strutture che non sono sorte in base a una legge, e che quindi non rispettano la riserva di legge esplicitamente prevista in Costituzione all’art. 10, né le libertà e garanzie previste dall'art. 13 della Costituzione.

Fino al 22.12.2015 la struttura era adibita a CIE, e in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione è diventata un hotspot per l'identificazione dei migranti appena sbarcati a Trapani e in altri porti siciliani. Un passaggio che ci dicono essersi svolto nell’arco di pochi giorni.

A quanto ci risulta è accaduto che si inviassero a Trapani anche dei profughi già ampiamente identificati, sbarcati tempo prima ed arrivati sino a Ventimiglia nella speranza, vana, di varcare la frontiera con la Francia (e poi lì "catturati" e riaccompagnati indietro, appunto, da dove erano arrivati).

HOTSPOT LAMPEDUSA 21/7/2016

La sensazione qui è che la visita, per quanto annunciata e autorizzata, non sia mai gradita..L'anticamera dura meno delle altre volte anche perché un'europarlamentare con una collaboratrice già autorizzata con fax dalla prefettura non sono facili da respingere. Ci dicono che stanno aspettando la visita della Commissione parlamentare d’inchiesta per il monitoraggio dei centri, e ci fanno capire che quindi non c'è tempo per noi, né ce ne sarà nel pomeriggio. Suggeriamo di iniziare la visita ed eventualmente continuarla l’indomani, ma ci viene detto che l’autorizzazione per la collaboratrice vale solo per quel giorno e non è possibile farla valere per il giorno dopo. E’ sempre una lotta per esercitare un semplice diritto/dovere che discende dal mandato di ogni parlamentare, di verifica delle condizioni dei luoghi dove le persone vengono detenute.  

E' possibile leggere e scaricare l'intero Report nel seguente allegato.

Ricevi le nostre ultime notizie